Benché in leggera crescita, la spesa pensionistica è sotto controllo: nel 2018, ha raggiunto i 225,593 miliardi (contro i 220,843 del 2017); sempre più insostenibile appare invece il costo delle attività assistenziali a carico della fiscalità generale: 105,666 miliardi di euro nel 2018, con un tasso di crescita annuo dal 2008 pari al 4,3%. È uno dei dati emersi alla presentazione alla Camera dei Deputati del Settimo Rapporto sul Bilancio Previdenziale italiano, a cura del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali.

Per finanziare il sistema di welfare italiano, sono occorsi 462,114 miliardi, vale a dire tutti i contributi sociali e di scopo (quando previsti), tutta l’Irpef, tutta l’Ires, tutta l’Irap e quasi tutta l’Isos: sempre più residue dunque le risorse da destinare a crescita e sviluppo del Paese. Un accorto monitoraggio della spesa assistenziale, anche attraverso l’istituzione di un casellario centrale, e il contrasto dell’evasione fiscale e contributiva le questioni più urgenti ai fini della sostenibilità del sistema.

Sono tre in particolare i rapporti che danno l’idea dell’incidenza del welfare sulla vita economica del Paese: quello sul Pil, che supera il 26%; quello sul totale delle entrate contributive e fiscali, arrivato al 56,62%; e quello sulla spesa totale, che si attesta al 54,14%: in buona sostanza, al

welfare è destinato un quarto di quanto si produce o più della metà sia di quanto si incassa sia di quanto si spende in totale. Dati che, secondo Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche itinerari previdenziali -, vale la pena rimarcare per almeno due ordini di ragioni: «Innanzitutto perché, trascinata soprattutto dalla spesa per assistenza, la spesa sociale continua a crescere a un ritmo che tuttavia sarà difficilmente sostenibile negli anni a venire. E, in secondo luogo, perché si tratta comunque di un valore che ci consente di sfatare uno dei tanti luoghi comuni sull’Italia, quello secondo cui il nostro Paese spenderebbe poco per il welfare».