di Elena Comelli

La chiave sarà sotto lo zerbino: è cominciata così la sharing economy, con la condivisione di alloggi, un decennio fa. In questo breve lasso di tempo, i consumi collaborativi sono dilagati in molti settori dell’economia, dai trasporti al sistema creditizio, sostituendo il possesso con l’accesso, sconvolgendo i tradizionali rapporti di forza e realizzando la terza rivoluzione industriale, dopo quelle della macchina a vapore e dell’energia elettrica. Ora l’economia della condivisione non coinvolge più solo alloggi e veicoli, ma molto altro, soprattutto nell’ambito dei servizi professionali. E la pandemia di Covid-19 non fermerà questa rivoluzione, in base alle previsioni dell’Ocse di Parigi.

Per Stefano Scarpetta (nella foto), direttore per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse, se davvero ci sarà una ripercussione negativa, non durerà a lungo. Figlia della digitalizzazione diffusa, l’ascesa della sharing economy sta aprendo varchi di opportunità per i nuovi entranti sul mondo del lavoro, a patto che siano istruiti. I ricercatori dell’Ocse mappano alacremente le ricadute della digitalizzazione crescente nel mondo del lavoro e il risultato mette in evidenza una forte polarizzazione del mercato, con una sparizione quasi completa dei ruoli intermedi, quelli dove i compiti sono ripetitivi e poco creativi. "Per chi riesce a star dietro all’innovazione, la vita lavorativa diventa molto più interessante, ma bisognerà dare una mano a tutti gli altri, per aiutarli a riconvertirsi", ammonisce Scarpetta. "La formazione continua deve diventare una realtà". Questo è il primo grande cantiere del futuro: orientare lo studio e la formazione in modo tale da non cadere nella trappola dell’irrilevanza. "Non sappiamo con certezza quali saranno i mestieri del futuro, ma sappiamo quali sono gli studi che apriranno ai giovani le porte del mercato del lavoro", precisa. Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica restano un passaporto sicuro. E ci sono anche nuove convergenze di cui tener conto, ad esempio il matrimonio fra ingegneria e filosofia è destinato a produrre una lunga discendenza.

In particolare nel mercato dei servizi professionali, come la contabilità, la grafica, i contenuti pubblicitari o i programmi, ma anche nei servizi legali o di segreteria, si parla ormai di “gig economy”, ovvero di un mercato sempre più disintermediato di incarichi da freelance, in cui fa premio solo la competitività dei singoli. Ora che ciascuno di noi porta in tasca un computer, che lo colloca nello spazio e lo connette con il mondo, il costo di trovare sul mercato un lavoratore disponibile ad assolvere bene singoli compiti si è notevolmente ridotto. La crescente diffusione e potenza degli smartphone facilita a tal punto i contatti diretti fra clienti e lavoratori, da rendere le piattaforme online di smistamento degli ordini più pratiche degli aggregatori di lavoro tradizionali, cioè le aziende.

Tanto per fare qualche esempio, Tongal mette a disposizione dei clienti il suo network di 40mila produttori di video e Axiom i suoi 1500 avvocati. Il Business Talent Group offre persino top manager on-demand, per affrontare problemi specifici senza doverne assumere uno in pianta stabile. Le piattaforme di creativi aggiungono altre modalità, come le aste per premiare un’idea vincente. InnoCentive applica le aste alla ricerca e sviluppo, premiando la soluzione migliore ai problemi posti dalle imprese. Anche questa è industria 4.0.

"Sia per le imprese che per i lavoratori è essenziale darsi una strategia chiara, che oggi non c’è", insiste Scarpetta. Difendere la busta paga di domani, chiedendo formazione professionale e riqualificazione, è molto più importante che impuntarsi sullo stipendio di oggi. Frammentazione del mercato, disintermediazione e “outsourcing di tutto” sono i corollari di un rapido processo di polarizzazione dei mestieri e di disgregazione del sistema produttivo, già in atto da tempo. La risposta non è irrigidirsi ma aumentare la flessibilità del mercato del lavoro. "I Paesi più flessibili, come quelli scandinavi, godono di tassi altissimi di partecipazione al mercato del lavoro e al tempo stesso di una grande libertà da parte dei lavoratori, che possono riqualificarsi più facilmente", fa notare Scarpetta. Niente di tutto ciò si riesce ancora a fare in Italia.

Per Scarpetta, di fronte a questa rivoluzione sarà importante aprire anche un secondo grande cantiere, quello della protezione sociale. Le nuove piattaforme dell’economia on-demand hanno creato milioni di posti di lavoro e schiere di attività che altrimenti non sarebbero mai nate, ma la crescita del lavoro autonomo e la frammentazione del mercato rischiano di mettere in crisi tutto il sistema, trasferendo i rischi sociali quasi completamente sulle spalle dei lavoratori.

"Bisogna definire uno standard minimo di protezione sociale che copra tutti i lavoratori, in caso di perdita del lavoro o di malattia", sostiene Scarpetta. Ma chi lo pagherà? "Una parte del rischio dev’essere assunta dalle piattaforme stesse, soprattutto per quei lavoratori che non hanno altre fonti di reddito", è la logica conclusione. Un’idea ormai diffusa, che però non piace a Uber e compagni.