IL POSITIVO, anche se lento e graduale, miglioramento della condizione lavorativa femminile che c’è stato negli ultimi decenni unito alla negativa, improvvisa e violenta, regressione registrata durante la pandemia accende i riflettori su un segmento del mercato assicurativo da oltre duemila miliardi di dollari ancora tutto da (s)coprire. Se le compagnie riusciranno infatti a interpretare, intercettare e offrire prodotti adeguati alle lavoratrici donne, e in un mondo con meno diseguaglianze di genere, secondo il colosso svizzero Swiss Re si potrebbe creare una spesa assicurativa aggiuntiva di 2.100 miliardi di dollari. Certo, se dobbiamo partire dall’ultimo capitolo, quello del Covid, in tutto il mondo sono le donne più degli uomini ad essere colpite dalla crisi e, in particolare, a soffrire la perdita dei posti di lavoro. Già a maggio 2020, e quindi nei primi mesi di pandemia, la componente femminile si sobbarcava il 54% delle posizioni perse a livello mondiale, pur pesando per solo il 39% della forza lavoro complessiva. In pratica, rivela uno studio McKinsey, per ogni maschio che ha perso l’impiego si devono contare 1,8...

IL POSITIVO, anche se lento e graduale, miglioramento della condizione lavorativa femminile che c’è stato negli ultimi decenni unito alla negativa, improvvisa e violenta, regressione registrata durante la pandemia accende i riflettori su un segmento del mercato assicurativo da oltre duemila miliardi di dollari ancora tutto da (s)coprire. Se le compagnie riusciranno infatti a interpretare, intercettare e offrire prodotti adeguati alle lavoratrici donne, e in un mondo con meno diseguaglianze di genere, secondo il colosso svizzero Swiss Re si potrebbe creare una spesa assicurativa aggiuntiva di 2.100 miliardi di dollari.

Certo, se dobbiamo partire dall’ultimo capitolo, quello del Covid, in tutto il mondo sono le donne più degli uomini ad essere colpite dalla crisi e, in particolare, a soffrire la perdita dei posti di lavoro. Già a maggio 2020, e quindi nei primi mesi di pandemia, la componente femminile si sobbarcava il 54% delle posizioni perse a livello mondiale, pur pesando per solo il 39% della forza lavoro complessiva. In pratica, rivela uno studio McKinsey, per ogni maschio che ha perso l’impiego si devono contare 1,8 femmine. Quasi il doppio. In Italia, su 450 mila posti di lavoro persi nel 2020, il 70% erano donne. A questo dobbiamo aggiungere che nella sola Europa c’è un gap salariale di circa il 14%, che arriva al 36,7% se si considerano fattori come le ore lavorate e il tasso di occupazione reale.

Un effetto collaterale iniquo che, oltre ad essere un passo indietro culturale e sociale, rappresenta anche un grave danno per l’economia e lo sviluppo. Uno studio dell’Harvard Business Review dimostra che questa regressione, questa sproporzione, può valere infatti 1.000 miliardi di dollari di minore crescita globale entro il 2030. Se invece si dovesse invertire la rotta, l’economia mondiale potrebbe crescere entro la stessa data di 13.000 miliardi di dollari aggiuntivi: più o meno il pil prodotto in un anno dalla Cina. Questo sbilanciamento al femminile, che più ha sofferto la crisi pandemica, è dovuto ad una condizione più precaria nel mercato del lavoro e con ancora meno tutele rispetto a quanto avviene per la componente maschile. È avvenuto anche in Italia. Tuttavia, allargando l’inquadratura, emerge come il ruolo economico della donna sia cambiato negli ultimi anni: oggi il 67% dei nuclei familiari americani e il 56% di quelli europei – per nuclei si intendono single, coppie e famiglie monoreddito – la maggiore fonte di reddito è rappresentata da una donna. "Il ruolo delle donne nella società si è rapidamente evoluto nel corso degli ultimi tempi. Oggi, più che mai, sono capofamiglia, imprenditrici e leader sia nel settore pubblico che privato. Dal numero di iscritti e laureati, sappiamo che il processo continuerà e si rafforzerà sempre di più negli anni a venire. Per il settore assicurativo è rilevante capire il ruolo delle donne, in quanto decisori chiave quando si tratta di acquisto di assicurazioni, gestione del risparmio, scelta dei prodotti" dice Daniela D’Andrea (nella foto), Ceo di Swiss Re Italia. Solo negli Stati Uniti, per esempio, si contano più di un milione di imprese di proprietà esclusivamente femminile, che nel 2018 hanno registrato 1.800 miliardi di dollari di fatturato e impiegato più di 10 milioni di persone. In Europa, le donne guidano il 30% delle start-up, mentre l’Asia ospita il 40% delle imprese di proprietà femminile del mondo. "Nel corso degli anni le donne imprenditrici sono diventate un pilastro sempre più importante per la stabilità economica e lo sviluppo a livello planetario ma, nonostante i risultati positivi raggiunti, l’accesso al credito e al capitale rimane una sfida aperta" dice D’Andrea. "Le assicurazioni possono però aiutare a espandere e agevolare la capacità di finanziamento, fornendo la copertura dei rischi per le operazioni commerciali e le persone che impiegano. Comprendere le sfide che le donne imprenditrici possono affrontare ci aiuta a costruire meglio le offerte per questo segmento di clienti. Purtroppo la pandemia ha riportato indietro di diversi anni, e in alcuni paesi di generazioni, alcune delle conquiste femminile. Affrontare questa sfida è nel nostro interesse sia per alimentare la crescita che per costruire una società più resiliente. E rappresenta anche un’opportunità fondamentale per la nostra industria" conclude la manager che guida la branch italiana di una delle più grandi compagnie di riassicurazione al mondo.

Proprio Swiss Re, attraverso il suo istituto di ricerca, ha analizzato le preferenze di acquisto delle donne, che differiscono significativamente da quelle dei loro omologhi maschili e ci sono notevoli differenze quando si tratta di scegliere cosa comprare. Per esempio, le donne danno più valore alle raccomandazioni e ai consigli di fonti fidate per valutare e acquistare nuovi prodotti assicurativi. Per gli assicuratori questo potrebbe significare un approccio alle vendite diverso, incentrato più sui riferimenti e le relazioni interpersonali. Per ciò che concerne i prodotti, lo studio del colosso svizzero suggerisce che le donne sono più concentrate sull’assistenza sanitaria, soprattutto per i loro figli, ma allo stesso tempo meno inclini ad acquistare assicurazioni sulla vita. Sono più diffidenti verso l’azzardo, meno disposte a sopportare perdite finanziarie rispetto agli uomini e preferiscono investimenti più sicuri, seppur con rendimenti inferiori. C’è poi meno attenzione al risparmio per la pensione e questo rende le donne meno preparate ad affrontare il rischio di longevità. Insomma, si tratta di un mercato sterminato, potente, dai contorni diversi e più irregolari. Che l’industria assicurativa si prepara ad aggredire.

Massimo Pittarello