di Elena Comelli Intesa Sanpaolo ce l’ha fatta. Senza usare i due giorni di estensione concessi dalla Consob, la banca guidata da Carlo Messina ha chiuso già ieri con successo una contesa durata cinque mesi, salendo oltre la maggioranza qualificata dei due terzi di Ubi. Con le adesioni pervenute ieri a Piazza Affari sarebbe, infatti, già oltre al 71,91% del capitale, con cui potrà controllare l’assemblea della più piccola rivale anche per le operazioni straordinarie. È così spianata la strada alla...

di Elena Comelli

Intesa Sanpaolo ce l’ha fatta. Senza usare i due giorni di estensione concessi dalla Consob, la banca guidata da Carlo Messina ha chiuso già ieri con successo una contesa durata cinque mesi, salendo oltre la maggioranza qualificata dei due terzi di Ubi. Con le adesioni pervenute ieri a Piazza Affari sarebbe, infatti, già oltre al 71,91% del capitale, con cui potrà controllare l’assemblea della più piccola rivale anche per le operazioni straordinarie.

È così spianata la strada alla fusione per incorporazione annunciata da Intesa, che per soddisfare le richieste dell’Antitrust prevede di cedere oltre 500 sportelli a Bper e di creare un gruppo da 5 miliardi di utile al 2022, con sinergie che a regime raggiungeranno i 700 milioni. Il punto di svolta, dopo le resistenze iniziali di una grossa fetta dell’azionariato storico della banca, è stata l’adesione dei soci storici del Car – comitato azionisti di riferimento – che raggruppava quasi il 20% del capitale della banca bresciano-bergamasca, fin dall’inizio fortemente contrari alla mossa ostile dell’istituto milanese. Le loro resistenze sono state vinte con il rilancio di Messina, che ha aggiunto al concambio (17 nuove azioni Intesa ogni 10 azioni dell’ex popolare) una componente ‘cash’ da 0,57 euro per azione. Ad aderire, oltre al mondo retail e agli investitori istituzionali, anche le fondazioni Cassa di Risparmio di Cuneo e Banca del Monte di Lombardia, i grandi imprenditori bresciani e da ultimo quelli bergamaschi.

Con l’integrazione di Ubi in Intesa, prenderà vita il terzo colosso bancario della zona euro per capitalizzazione di Borsa, con un valore di 48 miliardi, alle spalle di Bnp Paribas (67 miliardi) e Santander (65). Il gruppo guidato da Carlo Messina sarà invece settimo per proventi operativi, alle spalle di Santander (50 miliardi), Bnp (45), Bbva (25), Bpce (25), Société Générale (25) e Deutsche Bank (22).

Ma il risiko bancario del Vecchio Continente non finisce qui. La prospettiva del settore creditizio nei prossimi anni è "caratterizzata da un processo di consolidamento nel quale i principali operatori potranno essere campioni sia europei sia extra-europei", ha più volte ribadito Intesa Sanpaolo, spiegando le motivazioni dell’operazione. La preda più ambita, in Italia, resta Mps, ora più che mai appetibile dopo essere stata ripulita di oltre 8 miliardi di crediti deteriorati con la bad bank a guida Amco. Lo sa il Tesoro, che ne controlla il 68% e che vuole uscire, come esplicitato dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri, entro il 2021.