Il black out planetario che lunedì 4 ottobre ha lasciato per qualche ora 3 miliardi di persone senza Facebook, Instagram, Whatsapp e Messanger, ha messo in luce alcune criticità che dovranno essere affrontate al più presto, e non solo da Zuckerberg, ma un po’ da tutti i 3 ,5 miliardi di utilizzatori dei suoi servizi. Primo, tangibile, punto: la dipendenza dal fattore fisico, dalla manualità. Se ancora resta da sapere dove e da chi o cosa sia stato generata la "cascata di errori" (così l’ha definita Facebook) che ha oscurato gli indirizzi DNS, è invece chiaro che per risolvere il blocco è stato necessario riavviare, letteralmente a mano, i server di un centro computer a Santa Clara, in California, mandando d’urgenza una squadra tecnici. Il tutto mentre a Menlo Park, sede centrale di Facebook i dipendenti non riuscivano neppure ad entrare per...

Il black out planetario che lunedì 4 ottobre ha lasciato per qualche ora 3 miliardi di persone senza Facebook, Instagram, Whatsapp e Messanger, ha messo in luce alcune criticità che dovranno essere affrontate al più presto, e non solo da Zuckerberg, ma un po’ da tutti i 3 ,5 miliardi di utilizzatori dei suoi servizi.

Primo, tangibile, punto: la dipendenza dal fattore fisico, dalla manualità. Se ancora resta da sapere dove e da chi o cosa sia stato generata la "cascata di errori" (così l’ha definita Facebook) che ha oscurato gli indirizzi DNS, è invece chiaro che per risolvere il blocco è stato necessario riavviare, letteralmente a mano, i server di un centro computer a Santa Clara, in California, mandando d’urgenza una squadra tecnici. Il tutto mentre a Menlo Park, sede centrale di Facebook i dipendenti non riuscivano neppure ad entrare per tentare di risolvere il disastro, perché il sistema di sicurezza in tilt non riconosceva i badge d’ingresso. Un #epicfail (fallimento clamoroso) che fa già storia, da cui trarre una prima immediata lezione: i piani di risk management non devono dipendere esclusiamente dalla parte informatica (dal cloud all’intelligenza artificiale), ma lasciare più spazio al ’fattore umano’. Vale per Facebook, per le altre Big Five dell’informatica, e per le aziende di ogni tipo: l’investimento sui piani d’emergenza può sembrare improduttivo per un lungo periodo, ma nel momento della crisi evita conseguenze disastrose. E per quanto avanzata sia la soluzione digitale, la risorsa umana non può essere accantonata.

Secondo, costoso, punto. È il capitolo delle conseguenze economiche del blocco. Certo, Zuckerberg ha perso in Borsa 6 miliardi di dollari, ma è molto più salato, in proporzione, il conto che tantissimi piccoli imprenditori in tutto il mondo hanno pagato per l’interruzione del servizio. Più o meno, sono 3,5 miliardi gli utilizzatori complessivi delle quattro app andate in blocco. E se per milioni di persone può essere stato frustrante non mandare messaggi agli amici o non postare l’ultima foto, per altri milioni di persone ha significato perdere clienti, vendite, contatti che servono in tempo reale: negozi che accettano ordini, ristoranti che prendono le prenotazioni, appuntamenti importanti ecc ecc, il tutto via Whatsapp. Fino a uno dei casi che ha portato alla luce il New York Times, quello di un servizio antiviolenza sulle donne (in Colombia) tagliato fuori per ore dalle comunicazioni. Già, perché è soprattutto in Asia, India e America Latina che in molte comunità rurali i servizi di messaggistica sono l’unica vera forma di comunicazione, più economica e accessibile del telefono. Da quando è stato acquistato da Facebook nel 2014, Whatsapp è stato scaricato sei miliardi di volte: un quarto di questi sei miliardi in India, e un altro quarto in America Latina, e solo il 4% negli Stati Uniti. Tanto per dare una dimensione del fenomeno, in Zimbawe il traffico su Whatsapp è la metà del traffico web complessivo, e in Tanzania durante il blackout il governo ha utilizzato Twitter per invitare la popolazione a restare calma.

Su questa eccessiva dipendenza da una sola fonte di comunicazione, la lezione è chiara: diversificare. Diversificare i canali di vendita, di contatto coi clienti, di assistenza, non basandosi su un ’unico fornitore’ (e sarebbe una regola aurea, non solo per il web). Anche perché chi, in quelle cinque ore, ha mandato avanti ’business as usual’ è stata la Cina, che ha un network chiuso e non dipendente dai colossi digitali americani. Senza dimenticare che, oltre alla diversificazione, il #Facebookdown ha messo in luce la necessità di regolamentare in qualche modo la dipendenza da quei colossi.

Terzo, psicologico, punto. La dipendenza psicologica non è stata certo spezzata dalle cinque ore di blackout. Secondo i dati di SensorTower condivisi con Bloomberg, in quelle ore Snapchat ha registrato un aumento del tempo speso sulla piattaforma pari al 23%, l’app di messaggistica Telegram del 18%, Signal è cresciuto del 15%, Twitter ha visto un aumento dell’11% e TikTok è cresciuto del 2%. Come dire, siamo ben lontani, a livello mondiale, dal ’minimalismo digitale’, la filosofia che insegna a riappropriarsi della propria vita, sottraendola al controllo ossessivo della tecnologia.