LE NOSTRE VITE ai tempi del Covid-19 sono cambiate e alcuni di questi cambiamenti, come la digitalizzazione sempre più diffusa, sono qui per restare. Il danno economico da pandemia sarebbe stato ben maggiore se alcune attività non si fossero trasferite su Internet: dallo smart working alla teledidattica, dall’e-commerce all’home banking, dalle video conferenze ai webinar per gli eventi culturali. Il suo uso ormai intensivo, oltre a sostituire molte attività fisiche, responsabili di emissioni di CO2 equivalenti, fa bene all’ambiente in senso lato. Le soluzioni digitali possono sostenere l’economia circolare, la sharing economy e supportare la decarbonizzazione di tutti i settori, aiutando a raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi. Dall’altro lato, però, la transizione digitale comporta un notevole consumo di energia elettrica e se questa energia non proviene da fonti rinnovabili produce emissioni di gas serra. Lo studio ‘Assessing Ict global emissions footprint’ ipotizza che nel 2040 l’impatto del digitale arriverà al 14%, quasi quanto quello dei trasporti....

LE NOSTRE VITE ai tempi del Covid-19 sono cambiate e alcuni di questi cambiamenti, come la digitalizzazione sempre più diffusa, sono qui per restare. Il danno economico da pandemia sarebbe stato ben maggiore se alcune attività non si fossero trasferite su Internet: dallo smart working alla teledidattica, dall’e-commerce all’home banking, dalle video conferenze ai webinar per gli eventi culturali. Il suo uso ormai intensivo, oltre a sostituire molte attività fisiche, responsabili di emissioni di CO2 equivalenti, fa bene all’ambiente in senso lato. Le soluzioni digitali possono sostenere l’economia circolare, la sharing economy e supportare la decarbonizzazione di tutti i settori, aiutando a raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi.

Dall’altro lato, però, la transizione digitale comporta un notevole consumo di energia elettrica e se questa energia non proviene da fonti rinnovabili produce emissioni di gas serra. Lo studio ‘Assessing Ict global emissions footprint’ ipotizza che nel 2040 l’impatto del digitale arriverà al 14%, quasi quanto quello dei trasporti. Città intelligenti, videochiamate digitali, servizi online, messaggistica istantanea, fotografie, video in alta definizione, sensori distribuiti, immagini riprese da telecamere di sicurezza, robotizzazione e molto altro ancora costituiscono un ‘universo digitale’ in continua espansione, alimentato dai dati creati, utilizzati e richiesti ogni giorno da industrie, pubbliche amministrazioni, ospedali, banche, centri di ricerca e da noi utenti.

Tanto per fare un esempio, ricaricare lo smartphone consuma 4kWh l’anno. Questi consumi, quantificati nelle bollette, sono sotto il nostro controllo diretto. Il problema è che i dispositivi digitali connessi a Internet producono dei consumi che vanno al di là del nostro contatore elettrico. Guardare per 10 minuti un video ad alta definizione in streaming equivale, come impatto energetico, a utilizzare un forno elettrico da 2.000 watt a piena potenza per 3 minuti. Ma quello che noi controlliamo è solo l’energia consumata dallo smartphone. Tutto il traffico che viaggia su Internet, formato dai dati che sono stati acquisiti, immagazzinati, elaborati in qualche data center, dove vengono creati i servizi digitali che usiamo in remoto, consuma a sua volta enormi quantità di energia elettrica, che non siamo in grado di controllare. Le varie cloud, ad esempio, non sono luoghi senza peso dove tutto funziona magicamente. Sono infrastrutture fisiche collocate altrove, composte da fibre ottiche, routers, satelliti, cavi sul fondo dell’oceano, sterminati centri di elaborazione pieni di computer, che necessitano di colossali quantità di energia e sistemi di raffreddamento. Questi consumi non sono né noti né visibili all’utente finale, che paga invece agli operatori telefonici i Gigabyte di traffico e ai fornitori di contenuti l’abbonamento o l’acquisto di film, serie tv e via di seguito.

Secondo il centro di ricerca indipendente The Shift Project, che considera il sistema nel suo complesso ed elabora stime medie, guardare 10 minuti di video in streaming consuma 1.500 volte più elettricità della ricarica di uno smartphone. Non tutte le attività su Internet, però, sono egualmente pesanti. È necessario trascorrere 5 ore a scrivere e inviare e-mail per generare un consumo di elettricità analogo alla visione di un filmato di 10 minuti. Va detto che l’efficienza energetica di dispositivi e infrastrutture digitali è in continuo miglioramento e questo è positivo per l’ambiente, ma comporta la continua sostituzione di smartphone, tablet, computer, televisori collegati. E questo non è per nulla positivo. Il consumo di energia del ciclo di vita di questi oggetti, ovvero dall’estrazione dei minerali rari alla produzione al trasporto e allo smaltimento, si aggira attorno all’83% del consumo totale per lo smartphone, all’80% per un laptop e al 60% per un televisore connesso. Questo ancora prima che vengano messi in vendita. Sappiamo inoltre che l’attività di riciclo dei materiali non è diffusa come dovrebbe e lo smaltimento a fine vita dei dispositivi è inquinante e pericoloso, se non avviene in impianti di trattamento innovativi. In pratica, le novità tecnologiche possono contribuire alla transizione energetica, ma la velocità di crescita nella domanda ne annulla i vantaggi, se non è accompagnata da misure adeguate di decarbonizzazione digitale. Nel calcolare il saldo netto vanno considerate sia le emissioni evitate (il viaggio aereo non effettuato) che quelle prodotte per fornire il servizio alternativo (la video conferenza) e gli effetti rimbalzo (con il tempo risparmiato prendo un altro aereo per fare una vacanza).

Per poter arrivare a una qualsiasi regolamentazione bisogna poter misurare tutte queste cose, perciò un’informatica sostenibile deve coinvolgere tutte le figure che progettano e gestiscono il mondo interconnesso, per avere metriche e standard condivisi. Gestire il conflitto fra i grandi player che vogliono vendere sempre più dispositivi, controllare dati, produrre contenuti, vendere dispositivi sempre più potenti, e l’ambiente, che non ha un suo difensore altrettanto forte, richiede notevoli capacità di governance, sia privata che pubblica. Anche a livello individuale si può fare qualcosa: per esempio non cambiare troppo spesso dispositivo, evitare un uso compulsivo di video e immagini, non mantenere app inutili che si aggiornano di continuo, producendo un traffico di cui non ci rendiamo conto.