di Andrea Telara

Sono 767mila società e danno lavoro a oltre 2,5 milioni di persone. Sono le aziende attive nel variegato settore dei servizi professionali per le imprese, una vasta gamma di attività che include per esempio la consulenza fiscale e societaria, il marketing, i servizi finanziari, la comunicazione, la gestione del personale o le ricerche di mercato. Nel 2019, tutta questa galassia di realtà imprenditoriali ha prodotto nel complesso un valore aggiunto di ben 220 miliardi di euro, dando un contributo notevole al Pil nazionale.

Tali dati sono il frutto di una lunga fase di crescita attraversata da questo settore nell’ultimo decennio. Basti penare che, secondo le statistiche dell’associazione di categoria Asseprim, federata a Confcommercio, tra il 2012 e il 2019 il numero di aziende che offrono servizi professionali ad altre imprese è cresciuto nel complesso del 15%, da 667mila e 767 mila unità, mentre la quantità di occupati in questo settore è aumentata del 13%, da 2,3 a oltre 2,5 milioni di persone, tra dipendenti e professionisti. Su circa 3,3 milioni di aziende attive nel comparto terziario, quasi un quarto offre oggi servizi professionali alle imprese.

Le stesse proporzioni si registrano per quel che riguarda la forza-lavoro: su 11,5 milioni di impiegati nel terziario censiti in Italia, poco meno di uno su quattro si dedica all’offerta di servizi alle aziende. Quest’anno, però, l’emergenza Coronavirus è arrivata a rovinare la festa. Nei mesi scorsi, infatti, Asseprim ha stimato una battuta d’arresto per questo tipo di attività, dopo quasi un decennio di vacche grasse. Il valore aggiunto annuo prodotto dalle aziende che offrono servizi professionali alle imprese dovrebbe infatti scendere nel 2020 di circa il 2%, toccando i 216 miliardi di euro mentre il numero di imprese del settore potrebbe ridursi di oltre 30mila unità.

È attesa la stessa dinamica ovviamente anche sul fronte del mercato del lavoro. A causa della crisi, il numero di occupati nel comparto dei servizi alle imprese dovrebbe calare di ben 85mila unità. Come affrontare questo scenario? Un’ indicazione è venuta nei mesi scorsi dal presidente di Asseprim, Umberto Bellini (nella foto), che ha indirizzato una lettera aperta al presidente del consiglio, Giuseppe Conte, invitandolo a sostenere il suo settore con misure a sostegno della liquidità delle aziende e a limitare il peso delle imposte, tramite differimenti delle scadenze e rateizzazioni.

Tuttavia, per far ripartire veramente le aziende che lui rappresenta, secondo Bellini "occorre uno sforzo nella divulgazione culturale rispetto all’importanza strategica che rivestono i servizi professionali, inserendo misure impattanti in forma di incentivi a fondo perduto o di credito d’imposta per chi utilizza tali servizi". Il perché della necessità di questi interventi non è certo difficile da capire. Durante la fase più acuta del lockdown, ha sottolineato Asseprim, ci sono state imprese come quelle che operano nelle ricerche di mercato, nella pubblicità e nei servizi audiovisivi, nella comunicazione e nella realizzazione di eventi, che sono state costrette a chiudere e a ripiegare (quando possibile) su canali alternativi, utilizzando lo smart working, cioè il lavoro a distanza e le videoconferenze.

Molte altre aziende del settore dei servizi come le imprese finanziarie ed editoriali e le società di consulenza hanno potuto proseguire la propria attività ma hanno tutte patito comunque gli effetti indiretti del periodo di stop nei mesi di marzo e aprile. C’è stato dunque un combinato disposto tra effetti diretti (che hanno colpito le imprese costrette a fermarsi) ed effetti indiretti (che hanno colpito le aziende rimaste attive ma che si sono ritrovate con un volume d’affari ridotto o azzerato). Questo mix di fattori, secondo Asseprim, traccia uno scenario che prelude a ricadute importanti sul contributo che il settore dei servizi dà all’economia nazionale.

Ora le speranze di ripresa sono ancorate agli effetti del molto dibattuto Decreto Rilancio, che è stato convertito in legge la scorsa settimana alla Camera e che è passato al vaglio del Senato. Tra le misure contenute nel testo, ci sono 6 miliardi di euro di contributi a fondo perduto a favore di imprese con ricavi fino a 5 milioni, che hanno avuto un calo di fatturato superiore al 33% nel 2020. Per l’ammontare del contributo è prevista una soglia minima: 2mila euro nel caso in cui il beneficiario sia una società e mille euro quando si tratta invece di un’impresa individuale. Il Decreto Rilancio contiene anche uno stanziamento di 4 miliardi di euro per cancellare definitivamente il saldo 2019 e l’acconto 2020 dell’irap di giugno e luglio, per tutte le imprese con fatturato annuo fino a 250 milioni di euro.