L’ULTIMO è stato il presidente della Bielorussia. Aleksandr Lukashenko ha minacciato di chiudere i rubinetti del gas che arriva in Europa qualora Bruxelles introduca ulteriori sanzioni contro Minsk per la gestione dei migranti al confine con la Polonia. Prima di lui, Vladimir Putin aveva tagliato le forniture e ricattato il Vecchio Continente nel mezzo della crisi energetica pur di far entrare più velocemente in funzione il gasdotto NorthStream2. Se l’Unione, come è giusto, prende posizione sul rispetto dei diritti civili e a tutela della democrazia, allora diventa un avversario politico, un obiettivo da colpire, una controparte contrattuale su cui fare pressione. Solo che, soprattutto in campo energetico, è tutto tranne che unita, visto che ogni paese va per conto proprio. Invece, se fosse un vero e proprio soggetto negoziale, coeso e con una...

L’ULTIMO è stato il presidente della Bielorussia. Aleksandr Lukashenko ha minacciato di chiudere i rubinetti del gas che arriva in Europa qualora Bruxelles introduca ulteriori sanzioni contro Minsk per la gestione dei migranti al confine con la Polonia. Prima di lui, Vladimir Putin aveva tagliato le forniture e ricattato il Vecchio Continente nel mezzo della crisi energetica pur di far entrare più velocemente in funzione il gasdotto NorthStream2. Se l’Unione, come è giusto, prende posizione sul rispetto dei diritti civili e a tutela della democrazia, allora diventa un avversario politico, un obiettivo da colpire, una controparte contrattuale su cui fare pressione.

Solo che, soprattutto in campo energetico, è tutto tranne che unita, visto che ogni paese va per conto proprio. Invece, se fosse un vero e proprio soggetto negoziale, coeso e con una sola voce, sarebbe assai più forte al tavolo delle trattative. Ma per questo servirebbe maggiore integrazione, una unione energetica europea grazie alla quale il Vecchio Continente diventerebbe anche più indipendente, più sicuro, più efficiente. Lo stesso schema si ripete in merito agli impegni di decarbonizzazione. Come alla Cop26 di Glasgow, infatti, un conto è il peso di singoli Stati come Italia, Francia o Spagna nei confronti di colossi come Cina e India, mentre ben altro sarebbe una pressione esercitata, con voce ferma e univoca, dal più prospero spazio economico del pianeta. La possibilità di indurre gli altri Paesi ad assumere impegni vincolanti crescerebbe esponenzialmente. Tra l’altro non dimentichiamoci che la sostenibilità ambientale è cosa buona e giusta, ma ha un prezzo salato. Per cui, se al fisiologico aumento dei costi legati allo sviluppo di fonti rinnovabili si sommano le tendenze rialziste dei prezzi energetici a cui stiamo assistendo da mesi, il risultato è un aumento spropositato della bolletta energetica in tutta Europa. Finora ogni paese ha cercato di tamponare autonomamente il problema stanziando risorse per calmierare i rincari, ma questo evidentemente non basta e di certo non potrà durare a lungo. Lo hanno capito Spagna e Italia, che hanno portato al tavolo europeo l’idea di un approvvigionamento congiunto da scorte di gas da acquistare in condivisione, così da stimolare la concorrenza dei produttori e non la competizione tra Stati membri. Questa proposta si è arenata, ma tornerà sul tavolo del consiglio dei ministri Ue per l’energia a dicembre, in occasione dell’ultimo incontro prima della fine dell’anno.

Bisogna comprendere che siamo di fronte a una crisi energetica globale, determinata sia da ragioni contingenti (la domanda spinta dalla ripresa, strozzature dell’offerta, alcuni contratti da rinegoziare, l’esaurirsi delle riserve per via del lungo inverno precedente), ma anche e soprattutto da motivi strutturali profondi. Prima di tutto la transizione energetica, che fa lievitare i costi delle fonti tradizionali e accresce la domanda di gas che serve a produrre elettricità, in sostituzione del meno sostenibile carbone. Poi, ci sono paesi in espansione che non hanno la decarbonizzazione come priorità (Cina e India in primis) o con enormi consumi pro-capite (Russia e Arabia Saudita). Ma soprattutto, pesa il fatto che l’Europa, che pure ha un peso economico pari a quello degli Stati Uniti, abbia un basso potere negoziale per via di un persiste nazionalismo energetico. È bene ricordare che le radici dell’Europa affondano nella CECA, la Comunità dell’acciaio e del carbone, progenitore di quell’Unione in cui viviamo oggi, che ha radici nella condivisione di materie prime energetiche. E poi basterebbe fare questa riflessione: se si sommano le rinnovabili italiane, l’idroelettrico austriaco, il carbone tedesco, il nucleare francese, gli idrocarburi scozzesi, si forma a livello continentale un buon mix, bilanciato e tecnologicamente integrato. La soluzione è metterli insieme, creando una Unione Energetica Europea, qualcosa che stia tra il patto di Maastricht e l’Unione bancaria, con cui cedere sovranità e unire le forze. Come? Per esempio, creando una centrale acquisti europea. E poi, magari, unendo i dispacciatori nazionali, come l’italiana Terna, in unico soggetto europeo, creando così un player globale dall’immenso potere negoziale. È il momento di farlo.

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