un pò di fiducia
un pò di fiducia
SI STA PER CHIUDERE l’anno ed è tempo, obbligatoriamente, di guardare al futuro. E forse per la prima volta possiamo farlo con un briciolo di fiducia in più, nonostante la recrudescenza del Covid. Abbiamo, infatti, strumenti e opportunità per rilanciare finalmente un Paese che, ben prima della pandemia, da oltre un quarto di secolo aveva intrapreso la rotta di un inesorabile declino. Ora, i fondi europei del Next Generation Eu, le riforme messe in cantiere con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il nuovo ruolo internazionale dell’Italia guidata da una personalità come Mario Draghi, rappresentano un allineamento astrale irripetibile, forse l’unica e ultima occasione a disposizione, che non possiamo e non dobbiamo assolutamente sprecare. Guardando al ciclo economico, possiamo dire che poteva andare peggio. Il 2020 è stato un annus...

SI STA PER CHIUDERE l’anno ed è tempo, obbligatoriamente, di guardare al futuro. E forse per la prima volta possiamo farlo con un briciolo di fiducia in più, nonostante la recrudescenza del Covid. Abbiamo, infatti, strumenti e opportunità per rilanciare finalmente un Paese che, ben prima della pandemia, da oltre un quarto di secolo aveva intrapreso la rotta di un inesorabile declino. Ora, i fondi europei del Next Generation Eu, le riforme messe in cantiere con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il nuovo ruolo internazionale dell’Italia guidata da una personalità come Mario Draghi, rappresentano un allineamento astrale irripetibile, forse l’unica e ultima occasione a disposizione, che non possiamo e non dobbiamo assolutamente sprecare.

Guardando al ciclo economico, possiamo dire che poteva andare peggio. Il 2020 è stato un annus horribilis, con quasi nove punti di Pil persi. Tuttavia, grazie principalmente alla vitalità della manifattura e a una efficace campagna vaccinale, potremo riprenderci prima del previsto e recuperare i livelli pre-Covid già a metà 2022. Questo, però, consentirà solo di tornare ai livelli di fine 2019, quando avevamo già un piede e mezzo nella recessione, per cui si tratta di un risultato minimo, anche se raggiunto in anticipo, una base di partenza. Però, possiamo anche guardare alla parte mezza piena del bicchiere. Per la prima volta c’è un governo che non si auto-incensa gonfiando le previsioni economiche. Ad aprile l’esecutivo aveva stimato per quest’anno una crescita del 4,5%, poi rialzata al 6% a settembre. E adesso, secondo le indicazioni del Mef, dovremmo arrivare anche oltre. E ci si può aspettare che il trend rialzista continui perché questo governo, non cercando consenso immediato, raffredda i facili entusiasmi. E, oltretutto, abbassa le stime per aprire margini di bilancio utili, e non previsti, a impostare una strategia a più lungo termine. Ad una lettura attenta delle prospettive future emerge poi come le stime economiche per il 2024 siano uguali sia per quanto riguarda il tendenziale, cioè il ciclo economico a politiche invariate, che per il programmatico (cioè calcolando l’apporto delle nuove misure, principalmente il Pnrr). Questo vuol dire che he il booster rappresentato da fondi europei e riforme strutturali è ancora da mettere a referto. Da un lato, significa non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Dall’altro, che c’è consapevolezza che questa occasione è ancora tutta da costruire. Tuttavia, lo sappiamo, il Pnrr può essere lo strumento per modernizzare il Paese, a patto che si coordinino e collaborino pubblica amministrazione, centrale e territoriale, imprese, cittadini. Ma stavolta la speranza ha un fondamento razionale.

Qualche segnale positivo, d’altra parte, già lo si registra. A settembre il debito pubblico ha smesso di crescere e ha invertito la rotta, scendendo di 27,9 miliardi. Ci sono varie cause, dai bassi tassi di interesse al sostegno della Bce, fino alla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro. Certamente, pesa anche il cambio di percezione internazionale verso di noi, che con questo nuovo governo risulta affidabile a investitori e mercati. Ora, guardando oltre l’orizzonte del prossimo anno mi sono domandato se, terminato l’effetto propulsivo del Recovery e di questa particolare congiuntura, avremo la forza di recuperare la ricchezza nazionale persa negli ultimi decenni, visto che nei vent’anni prima del Covid il tasso medio di crescita annuo dell’Italia è stato solo dello 0,45%, almeno un punto in meno di quello europeo. Ecco, con un minimo di ottimismo della volontà, se davvero si potessero confermare le stime di una crescita stabile del 2% l’anno (unite ad una inflazione intorno al 2% che possa rendere molto più sostenibile il debito pubblico) forse potremmo davvero guardare con fiducia al futuro. Si tratterebbe di uno sviluppo di circa cinque volte superiore a quello dello zero virgola a cui ci eravamo tristemente abituati. Inoltre, per esempio, la stessa locomotiva tedesca tra il 1971 e il 2021 ha avuto una media di crescita annua dell’1,86% e, anche per i prossimi anni, si ipotizzano tassi di poco superiori all’1%. Potremmo riuscirci. Certo, molto resta ancora da fare, ma chi ben comincia è a metà dell’opera. Buon 2022.

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