14 feb 2022

Un lungo addio tra le incognite

NON C’È CRISI DEL GAS che tenga: la lunga marcia delle centrali a carbone verso la dismissione in Occidente è già cominciata. Con 300 impianti chiusi nell’ultimo decennio, gli Stati Uniti guidano la fuga dal carbone, malgrado l’amministrazione Trump abbia fatto di tutto per fermarla. In Europa, l’80% delle 324 centrali in funzione al momento della firma dell’Accordo di Parigi nel 2015 hanno già chiuso o chiuderanno entro il 2030. Nel periodo 2020-2030, secondo l’istituto di ricerche Ihs Markit, il mondo manderà in pensione una media di 45 gigawatt a carbone all’anno, per un totale di quasi 500 gigawatt in 11 anni. Non è ancora chiaro, invece, quali saranno le tecnologie vincenti per la riconversione all’energia pulita di molti impianti funzionanti, che sarebbe un peccato smantellare. Le utilities parlano di sostituire il carbone con solare, eolico, accumuli e gas, ma sono poche le compagnie energetiche impegnate in uno sforzo specifico per trovare sistemi compatibili con gli impianti esistenti, in un’ottica di economia circolare. Gli annunci mettono in luce la transizione verso tecnologie verdi, ma le fonti rinnovabili intermittenti, anche se abbinate alle batterie al litio, avranno difficoltà a fornire l’affidabilità del carbone a un costo ragionevole entro il 2030. Di conseguenza saranno le turbine a gas a ciclo combinato, nella maggior parte dei casi, a sostituire parte della capacità installata a carbone. Sostituzione che rappresenta un passo avanti, ma non risolve il problema delle emissioni di CO2. L’unica alternativa al gas è la combinazione di produzione da rinnovabili con accumulo di energia di lunga durata che sarebbe in grado di garantire un’offerta energetica affidabile anche nei periodi di forte domanda. Da qui, l’idea di riconvertire gli impianti a carbone in grandi centrali di accumulo termico di lunga durata, in via di sperimentazione in Germania e negli Stati Uniti. Come tutti gli stoccaggi, ...

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