NEGLI STATI UNITI, dove il fenomeno è nato e dove sono bravi a dare i nomi alle cose, l’hanno chiamato ‘The Big Quit’ o ‘The Great Resignation’. In Italia lo abbiamo tradotto con ‘Grandi Dimissioni’, ma più prosaicamente si dice che siamo entrati nell’era della "fuga dal lavoro". E non si tratta solo di una questione di retribuzioni o carriera, ma siamo di fronte ad un mix complesso di fattori che interrogano sul senso stesso del lavoro, sulle prospettive e le conseguenze economiche e sociali. In America, l’ondata di dimissioni volontarie ha raggiunto dimensioni impensate: solo a settembre in 4,4 milioni hanno lasciato il proprio posto, e da aprile si totalizzano complessivamente 24,3 milioni di uscite volontarie, cioè il 15,5% degli occupati statunitensi (specie nella fascia 30-45 anni). È evidente che non è più un fenomeno individuale, del singolo che si...

NEGLI STATI UNITI, dove il fenomeno è nato e dove sono bravi a dare i nomi alle cose, l’hanno chiamato ‘The Big Quit’ o ‘The Great Resignation’. In Italia lo abbiamo tradotto con ‘Grandi Dimissioni’, ma più prosaicamente si dice che siamo entrati nell’era della "fuga dal lavoro". E non si tratta solo di una questione di retribuzioni o carriera, ma siamo di fronte ad un mix complesso di fattori che interrogano sul senso stesso del lavoro, sulle prospettive e le conseguenze economiche e sociali. In America, l’ondata di dimissioni volontarie ha raggiunto dimensioni impensate: solo a settembre in 4,4 milioni hanno lasciato il proprio posto, e da aprile si totalizzano complessivamente 24,3 milioni di uscite volontarie, cioè il 15,5% degli occupati statunitensi (specie nella fascia 30-45 anni).

È evidente che non è più un fenomeno individuale, del singolo che si apre un bar in un’isola tropicale, ma collettivo. Tanto più che, secondo il Microsoft Work Trend Index, il 40% degli impiegati americani starebbe pensando di lasciare il lavoro e, per PwC, due su tre stanno cercando un nuovo impiego. Bisogna poi notare che questa ondata, paradossalmente, si verifica durante una fase di preoccupazione e sfiducia originata dalla pandemia, e dunque quando si fa più fatica che in altri momenti ad abbandonare le proprie sicurezze. Per esempio, nel campo della ristorazione, tra i più colpiti dal Covid, si arriva al 6,8% di dimissioni volontarie; nel retail si raggiunge il 4,7% e tassi elevati si registrano anche nei settori della tecnologia e della sanità. Il fenomenoè globale, seppur con intensità diverse: la percentuale di dimissioni volontarie su base mensile è del 6% in Germania, del 4,7% nel Regno Unito e del 2,3% in Francia. Perfino in Cina c’è questo trend, soprattutto tra i giovani, che viene chiamato ‘Tang Ping’ (letteralmente "sdraiarsi a terra").

L’Italia non fa eccezione. Tra aprile e giugno si sono registrate 484 mila dimissioni volontarie su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. Vuol dire +37% sul trimestre precedente, e +85% sul 2020. Il turn over è a ritmi più alti del normale ovunque e ad agosto si è raggiunto il record di 112 mila cessazioni. Nei prossimi mesi bisognerà verificare se si tratta di un fenomeno strutturale. Questa fuga del lavoro è trasversale, coinvolge sia i professionisti di alto livello, sia coloro che svolgono lavoro ripetitivi. E spesso accade che le dimissioni vengano presentate senza un altro posto dove andare o anche con prospettive di guadagno inferiori.

L’ipotesi, riportata anche dal Financial Times e dall’Harvard Business Review, è che lockdown e clausure coatte abbiano cambiato le priorità, finendo per sparigliare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata. Marco Bentivogli, l’ex leader dei metalmeccanici Cisl che questi temi li conosce bene, in una puntata di War Room, ha sostenuto che la pandemia ha rivelato quanto si sia abbassata la soglia di tolleranza verso una vita che non rende felici, a partire dalla dimensione lavorativa. Un fenomeno che esisteva già prima, ma che ora mette in discussione il senso stesso del lavorare. Anche perché la trasformazione digitale del lavoro, gli algoritmi, spingono le persone ad un maggiore ingaggio cognitivo e un maggiore contributo umano. Questa è la prospettiva futura del lavoro, ma in Italia non se ne parla. "Purtroppo, nel nostro Paese si parla troppo di pensioni e poco di giovani generazioni e di come sarà il futuro – sostiene Bentivogli – e l’orientamento professionale lo fa la televisione, così molti ragazzi non cercano più l’emancipazione nel lavoro, ma dal lavoro, scivolando nel nichilismo e arrivando a dichiararsi ‘YOLO’ (si vive una volta sola)". È un cambio di paradigma su cui dobbiamo riflettere. Subito, perché questa ondata di dimissioni potrebbe produrre un effetto a catena: chi resta a lavoro va in sovraccarico, accumula ulteriore stress e diventa un potenziale dimmissionario. Inoltre, se vogliamo uscire dal ventennale declino in cui siamo finiti, il rimbalzo economico che stiamo vivendo dovrà trasformarsi in una crescita stabile. Ma, per questo, per mettere a terra il PNRR, servono capitale umano e competenze. Invece, ci sono imprese che non trovano lavoratori. Infatti, siamo terzi al mondo per mismatch tra domanda e offerta e, adesso, anche per quantità di Big Quit.

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