21 mar 2022

Difesa, un’industria europea inizia da ricerca e fondi

L’aggressione russa all’Ucraina porta il Vecchio Continente a difendersi e armarsi, un passaggio strategico riguarda la convergenza dello sviluppo tecnologico militare

enrico cisnetto
Economia
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L'ad di Leonardo, Alessandro Profumo

L’aggressione di Putin all’Ucraina spinge l’Europa a difendersi e armarsi. Ma se per la costituzione di un esercito unico europeo bisogna preventivamente sciogliere delicate questioni politiche (chi comanda i soldati, specie in assenza di una politica estera comune?) c’è qualcosa che si può fare, qui e ora: mettere a fattor comune lo sviluppo tecnologico in ambito militare. Il senso della difesa comune, in fondo, risiede in un processo d’integrazione strategico che è più industriale che bellico. D’altra parte, i 27 Paesi europei hanno collettivamente una spesa militare quasi tre volte quella della Russia, senza però avere una capacità di deterrenza nemmeno paragonabile. Questo perché, oltre ad avere eserciti divisi, hanno 27 enti di procurement diversi, sistemi d’arma ed equipaggiamenti differenti, industrie, investimenti e percorsi di ricerca e sviluppo in concorrenza.

Solo per dare un numero, oggi l’Unione conta 147 sistemi di difesa, mentre gli Stati Uniti 34 soltanto. Nei colloqui di Versailles, più che di un’armata europea (in realtà di alcuni reparti, come fosse un 28mo esercito) si parlato delle convergenze delle industrie tecnologiche e militari dei vari Stati, a partire dalla volontà di Italia e Francia di collaborare in ambito aerospaziale, settore in cui i due paesi da tempo si ostacolano. Ora la transalpina Arianespace, avendo rotto la convenzione con la russa Soyuz, non può più lanciare i suoi missili in orbita, mentre l’italiana Avio si ritrova privata del motore per i suoi vettori Vega, che venivano prodotti in Crimea: così, da due debolezze potrebbe nascere una nuova forza. E potrebbe non essere un caso isolato. Sui caccia di sesta generazione, il cosiddetto ‘aereo del futuro’, c’è stata in questi anni un’inefficiente competizione tra il Tempest (a cui lavorano Italia, Regno Unito e Svezia) e il Fcas (Germania, Francia e Spagna) ed è ovvio che, invece, unendo investimenti, brevetti, tecnologie e competenze il risultato non sarebbe una semplice sommatoria, ma una moltiplicazione dei benefici per tutti. Discorsi analoghi si possono fare per lo sviluppo del drone europeo, altro settore dove l’Italia è all’avanguardia.

Più controversa la convergenza sul carro armato continentale dove l’Italia rischia di perdere il treno guidato da Parigi e Berlino. Ecco che, anche in tale ambito, uno scenario di collaborazione, invece che di competizione, potrebbe aiutarci. In ogni caso, come ha spiegato l’ad di Leonardo, Alessandro Profumo (in alto a destra), un primo passo da parte dell’Europa potrebbe essere sviluppare tecnologie condivise con la realizzazione di applicazioni duali (civili e militari). Nessun Paese, da solo, ha infatti risorse e capacità per sostenere lo sviluppo delle tecnologie chiave della sicurezza. E se anche l’Europa dispone di rilevanti strumenti finanziari tuttavia non è sufficiente, sono necessari strumenti veramente condivisi per accelerare l’integrazione delle capacità, un modello virtuoso tra ricerca, industria e utilizzatori finali. Purtroppo finora solo l’11% degli acquisti militari è stato rivolto a programmi europei di collaborazione, un livello che scende al 6% se guardiamo al settore ricerca e sviluppo. Ora lo storico annuncio della Germania (in alto a sinistra, il cancelliere tedesco Olaf Scholz) di aumentare la spesa militare annua dall’1,5% al 3% del Pil (da 45 a 60 miliardi) porterebbe Berlino ad essere la prima potenza militare continentale e, con gli attuali livelli di spesa internazionali, la terza al mondo. Questo avrebbe un effetto traino sugli altri paesi Nato, ancora lontani dalla soglia del 2% (concordata nel 2014 dopo l’invasione della Crimea), sia s sul resto d’Europa.

twitter @ecisnetto

 

 

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