Maurizio Landini, segretario generale Cgil (Ansa)
Maurizio Landini, segretario generale Cgil (Ansa)

Firenze, 7 novembre 2019 - "Ora è a tutti evidente che il problema non era lo scudo fiscale e 5 mila esuberi sono inaccettabili. Non esiste. ArcelorMittal deve essere responsabile, non può prendere in giro un intero Paese. Deve tornare sui suoi passi. Il governo e la politica dicano chiaramente all’azienda che lo scudo è subordinato al rispetto dei patti. Tolgano all’azienda qualsiasi alibi".
Maurizio Landini è infuriato e preoccupato. Ritiene "un errore, una scelta politica sbagliata" quella di cambiare le carte in tavola, approvando il 21 ottobre in Parlamento un emendamento del M5S che elimina il cosiddetto scudo legale per ArcelorMittal. Una delle tante scelte che in questo Paese hanno visto la politica divenire spesso nemica del lavoro e dell’impresa. Il leader della Cgil prende spunto dalla vicenda dell’ex Ilva di Taranto per chiamare in causa anche le responsabilità profonde della politica in una Italia, orfana da troppi anni di una vera politica industriale. "Certo è che è che ArcelorMittal non è Cappuccetto Rosso, la situazione la conosceva assai bene e non sarebbe giustificato che oggi pretendesse di cambiare le carte in tavola".

Landini, questo dell’ex Ilva è solo l’ultimo anello di una lunga catena, che ha visto ad esempio i casi Alitalia e Whirpool. Il nostro Paese sconta la mancanza di una politica industriale?
«Che manchi una politica industriale in Italia è una questione che riguarda gli ultimi 15-20 anni e quindi investe sia governi di centrosinistra che di centrodestra. Per essere chiari, politica industriale significa pensare a interventi e a nuovi investimenti pubblici, a indirizzare anche quelli privati, entrambi ridottisi in questi ultimi anni».
Accusa diretta alla politica...
«Ci sono stati governi che hanno dato sussidi a pioggia alle imprese senza finalizzarli a una politica di investimenti. Continuo a pensare che sia stato un grave errore rendere sempre più precario il mondo del lavoro fino a mettere in discussione diritti come quelli dello Statuto dei lavoratori, liberalizzare gli appalti. Siamo di fronte a una logica che stiamo pagando perché ha invitato le imprese a concorrere sulla riduzione di diritti e costi, che significa condizioni di lavoro, e non su qualità di prodotti e innovazione. Chiediamo al governo di rilanciare gli investimenti pubblici e di fare una vera lotta all’evasione fiscale. Positiva è la riduzione della tassazione sul lavoro dipendente».
Anche per l’Ilva propone l’ingresso dello Stato nella società?
«Sarebbe importante l’ingresso dello Stato con una quota di minoranza, sia per assicurare l’interesse del Paese al progetto, sia per garantire gli investitori, i lavoratori e i cittadini di Taranto, sia per esercitare una forma di controllo su tempi e modalità di investimento e risanamento».
L’intervento pubblico è la strada da seguire?
«Ricordo che nel nostro Paese i grandi gruppi industriali hanno spesso un controllo pubblico, pensiamo ad Eni, ad Enel, Fincantieri, Finmeccanica, alle Poste. E sono, peraltro, tutti grandi gruppi che competono sui mercati, con efficienza. Pubblico può significare mercato e competitività. È fallita l’idea che il mercato libero, dando spazio alla finanza, risolva i problemi».
Quindi? 
«C’è bisogno di una idea di sistema in cui anche il ruolo pubblico sia molto importante. Anche in Italia, in settori strategici, dalla mobilità, all’acciaio, ai settori che riguardano il rilancio nelle infrastrutture deve esserci un ruolo diretto dello Stato. Nell’edilizia, l’unificazione tra Salini e Astaldi ha visto la presenza della Cassa depositi e prestiti e delle Fondazioni bancarie. Per noi è una linea intelligente per rilanciare l’economia del nostro Paese».
Quali alternative se la trattativa tra ArcelorMittal e governo va male?
«Il giochino dei se non lo faccio. C’è un accordo che è stato firmato e che va fatto rispettare. Occorre un atto del governo che tolga alibi ad ArcelorMittal sul piano legale e dall’altra parte c’è bisogno che ArcelorMittal faccia quello che quell’accordo prevede, senza pensare di cambiare il piano industriale».
E se ArcelorMittal vuole cambiare il piano industriale?
«Non è discutibile. Una cosa del genere se la scordano. Non è accettabile alcuna modifica di un piano firmato un anno fa, approvato al 90% dai lavoratori».
La Fiom di Genova chiama già gli operai in piazza. 
«La decisione su eventuali mobilitazioni spetta ai sindacati di categoria, non alla confederazione. Ma non ci sono distinzioni. A Genova domani (oggi) c’è una assemblea dei lavoratori, a Taranto i sindacati stanno discutendo per arrivare insieme alla mobilitazione. Siamo pronti a sostenere queste iniziative e chiederemo a Cisl e Uil, vista la crisi che sta coinvolgendo sia i trasporti che i servizi, di valutare la possibilità di estendere la mobilitazione». 

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