di Giuseppe Catapano

Francesco Mutti, amministratore delegato del gruppo Mutti, quanto ha pesato l’emergenza Covid-19 sull’operatività dell’azienda?

"L’impatto è stato notevole, in particolare nei mesi più difficili. Massiccio il ricorso allo smart working negli uffici, mentre nel comparto produttivo siamo intervenuti subito per tutelare i dipendenti non potendo ricorrere al lavoro da remoto. Abbiamo previsto la misurazione della temperatura corporea all’ingresso degli stabilimenti già a marzo, in tempi rapidi siamo riusciti a reperire le dotazioni di sicurezza. La risposta da parte dei lavoratori è stata ottima, con un tasso di assenteismo contenuto".

C’entra anche il senso di appartenenza all’azienda?

"È un elemento che ci caratterizza, siamo orgogliosi delle persone che lavorano in Mutti. Anche per questo abbiamo previsto un’integrazione salariale fino ad aprile: è stato il modo per ringraziare chi ci ha permesso di andare avanti senza particolari problemi in un momento difficile".

Qual è stato l’impatto sul business?

"Le vendite si concentrano nei canali retail e food service. Quest’ultimo ha sofferto e si sta riprendendo, pur con perfomance lontane da quelle dello scorso anno. Per quanto riguarda il retail, anche i nostri prodotti sono stati coinvolti dall’esplosione dei consumi domestici durante il lockdown. Ora l’andamento si è normalizzato".

Siamo in periodo di campagna di pomodoro: è un 2020 anomalo?

"Non ci sono problemi di materia prima, la produzione agricola non sconta effetti diretti legati al Covid-19. Ma da parte nostra c’è più preoccupazione, perché ci ritroviamo a gestire un numero ancor più elevato di lavoratori. Abbiamo previsto ulteriori tutele, a partire dai percorsi differenziati e da un aumento del numero di spogliatoi per separare le persone. È un 2020 anomalo se consideriamo le candidature per la manodopera: abbiamo ricevuto tantissime domande, ai livelli del 2012 e del 2013. Ci fa piacere, ma un numero troppo alto è sintomo di una difficoltà diffusa nel trovare lavoro".

Mutti è in un mercato con diversi competitor: quale è la ricetta del successo?

"Il nostro è un settore povero. Si cerca il risparmio e questo influisce sulla materia prima. Il gruppo Mutti si è mosso in senso opposto, la qualità della materia prima è l’elemento cardine. Cerchiamo di rendere gli agricoltori nostri testimonial, il premio Pomodorino d’Oro va in questa direzione. Il consumatore riconosce la qualità e ci premia".

‘Solo pomodoro’, recitano le etichette dei vostri prodotti. C’è mai stata la tentazione di approdare in altri comparti?

"Al momento non c’è alcuna intenzione di cambiare. C’è ancora tanto da fare nel settore del pomodoro, un simbolo italiano che vogliamo valorizzare ancora di più. Stiamo lavorando a un progetto importante per il miglioramento ulteriore della materia prima. In futuro proporremo prodotti qualitativamente sempre migliori e più evoluti per soddisfare le esigenze dei consumatori".

Nel 2016 Verlinvest è entrata in società con una partecipazione del 24,5%. Mutti resterà italiana, legata alla vostra famiglia?

"Vogliamo continuare a portare valore lungo tutta la filiera del pomodoro. La famiglia Mutti intende mantenere il controllo dell’azienda, non ci sono riflessioni di altro tipo".

È dall’estero che ci si attende lo sviluppo maggiore in futuro?

"Ogni anno ci aspettiamo che l’export possa erodere quote al mercato interno, poi in Italia si continua a puntare sulla qualità: nel nostro settore Mutti è l’azienda cresciuta di più nel 2019".

L’attenzione all’ambiente e la sostenibilità, vostro tratto distintivo: come nasce quest’attitudine?

"L’origine è duplice. Noi trasformiamo un prodotto della terra, che va preservata. Poi c’è una sensibilità personale e familiare a questi temi. Credo che in Italia debba esserci più attenzione alla valorizzazione del territorio: chi arriva qui da fuori deve trovare e riconoscere la grande bellezza del nostro Paese".