di Lorenzo Frassoldati

I mesi estivi e il clima caldo di questo settembre hanno favorito il ritorno al consumo di pesce fresco, molluschi e crostacei freschi, lasciandosi alle spalle surgelati e scatolette di tonno dei tempi del lockdown. Lo fa sapere Fedagripesca-Confcooperative, evidenziando un trend positivo dei consumi che lascia bene sperare dopo la crisi dei mesi scorsi. Gli acquisti, infatti, segnano un aumento medio del 30% rispetto al periodo della quarantena, con picchi del 50% nelle località marine a ridosso delle grandi città. Ma, secondo Fedagripesca, si mangia più pesce anche rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, come a Chioggia dove il mercato ittico locale segna un +4% rispetto al 2019. "Resta comunque il fatto che per alcuni mesi sono venuti meno molti sbocchi di mercato, come le mense pubbliche e aziendali e soprattutto la ristorazione – rileva Fabrizio Capoccioni, ricercatore del CREA Zootecnia e Acquacoltura – e di questo hanno risentito in particolare gli allevamenti di molluschi, cioè mitili, vongole e ostriche, che rappresentano il settore produttivo più importante per volumi in Italia".

In luglio è arrivato il via libera della Conferenza Stato-Regioni agli aiuti diretti al settore pesca e acquacoltura post Covid: il DL Cura Italia ha stanziato 20 milioni. La nostra acquacoltura in questi anni è molto cresciuta: tra le specie allevate – fa sapere API Associazione Piscicoltori Italiani – è aumentata la produzione nazionale dell’orata, specie molto richiesta (attorno alle 10.000 tonnellate prodotte nel 2018, ndr), anche se il pesce più allevato in Italia resta la trota (35.100 tonnellate prodotte nel 2017)". Solo la trota vale 120 milioni di euro, a seguire l’orata (75 milioni) e la spigola (59 milioni). In totale l’acquacoltura italiana (dati 2018) ha generato un valore all’origine (PLV) di poco superiore ai 300 milioni di euro per 62.300 tonnellate di prodotto (senza tenere conto di avannotti di spigola e orata, caviale e uova embrionate). Le imprese di allevamento sono oltre 800 per 15.000 addetti.

Resta il problema di una fortissima dipendenza dall’estero: importiamo più dell’82% dei prodotti ittici che consumiamo. Così pure l’Europa, che consuma 5,5 milioni di tonnellate di pesce ogni anno, ma ne produce appena 1,2.

Eppure l’acquacoltura, particolarmente in Italia, può rappresentare una soluzione alla crescente domanda di pesce, in quanto è in grado di produrre cibo fresco, da filiere corte ed estremamente controllate. Freschezza, qualità, sicurezza e sostenibilità, infatti, caratterizzano da sempre l’acquacoltura italiana, una delle migliori sul mercato, in quanto garantisce da sempre prodotti dagli elevati standard qualitativi (con controlli e mangimi di pregiata qualità), mantenendo prezzi competitivi rispetto ai prodotti esteri. Secondo uno studio Crea "il ritorno alla normalità deve rappresentare per l’acquacoltura italiana un’opportunità di rilancio, con il contributo decisivo di un consumatore consapevole, che sappia scegliere la qualità garantita dei nostri prodotti di allevamento".