Il patto con Bruxelles. Pronti a dire sì al salva Stati in cambio di Pnrr e flessibilità. L’Italia gioca la carta Meloni

La bilancia del dare e dell’avere sui trattati europei porta vantaggi al nostro Paese. Per gli analisti pesa la rete di rapporti internazionali intessuti direttamente dalla premier.

Il patto con Bruxelles. Pronti a dire sì al salva Stati in cambio di Pnrr e flessibilità. L’Italia gioca la carta Meloni

Il patto con Bruxelles. Pronti a dire sì al salva Stati in cambio di Pnrr e flessibilità. L’Italia gioca la carta Meloni

C’è chi ragiona, tra Palazzo Chigi e Via XX Settembre, di "dividendo politico europeo" che il governo, pezzo dopo pezzo, sta portando a casa. E c’è già chi lo ha ribattezzato il "dividendo Meloni". Osservano i beninformati: è su questo che si fondano principalmente le aperture o gli sconti o i margini di flessibilità che le istituzioni europee stanno concedendo all’Italia sui molteplici fronti aperti con l’Unione. Perché, sulla bilancia del rapporto Roma-Bruxelles, almeno per ora, sono più i vantaggi e i benefici incassati che i prezzi pagati. Il che non significa che non dovremo fare i compiti a casa se, come sembra, il nuovo Patto di stabilità ci imporrà un aggiustamento di bilancio di 5 miliardi di euro in corso d’anno.

IL DIVIDENDO MELONI

Il cosiddetto "dividendo Meloni" non è altro che la rete di rapporti intessuti dalla premier a livello europeo, a cominciare da quello con la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e con gli altri leader europei, da Macron a Scholtz. Rapporti nei quali la premier ha svolto il ruolo di ponte con il fronte più oltranzista dell’Est, ma anche il ruolo di leader moderata e anche rigorista sul versante di conti pubblici di un’Italia a maggioranza sovranista. Da qui una sorta di bonus politico-economico che i Ministri italiani dell’Economia, degli Esteri e dell’Europa hanno potuto spendere sui molteplici tavoli. E che la premier non mancherà di spendere il 14 dicembre al Consiglio straordinario chiave dei Capi di Stato e di governo.

IL PNRR PORTATO A CASA

A oggi, almeno sul versante europeo se non su quello dell’attuazione interna, il governo è riuscito a portare a casa in maniera indolore e, anzi, con qualche miliardo in più, la revisione del Pnrr. Non solo: più o meno contestualmente è arrivato lo sblocco della quarta rata da 16,5 miliardi di euro del Piano. Come che sia, al di là delle polemiche interne, è un fatto che le negoziazioni del Ministro Raffaele Fitto abbiano fatto breccia nella burocrazia di Bruxelles.

IL MES IN EXTREMIS

L’Europa ha fiducia che la ratifica italiana della riforma del Meccanismo europeo di stabilità si farà la prossima settimana. "Abbiamo ricevuto indicazioni dal ministro Giancarlo Giorgetti che il processo di ratifica del Mes sarà discusso la prossima settimana". E tra i ministri delle Finanze dell’Eurozona "molti hanno espresso la speranza che questa settimana sarà un successo per questa ratifica", spiega il dg del Mes, Pierre Gramegna. Ma non è detto che le cose andranno lisce come si prevede. Anzi. Il punto è che la Lega e lo stesso FdI devono trovare una pezza di appoggio per cambiare opinione su un nodo sul quale hanno avuto sempre posizioni contrarie o critiche. Certo è che un’eventuale ratifica del Mes potrebbe essere resa più digeribile da un nuovo Patto di stabilità meno rigido e potrebbe essere accompagnata dalla cosiddetta procedura rafforzata, secondo la quale per un eventuale attivazione servirà in ogni caso il voto della Camera.

IL PATTO PIÙ FLESSIBILE

Tutto si tiene, del resto. E così, dopo mesi e mesi di negoziato, infatti, alla Vigilia di Natale potrebbe arrivare il via libera alla riforma del Patto. "Ci sono differenze tra gli Stati membri sulle regole fiscali, ma se tutti approcciano questo processo in maniera costruttiva penso che siano superabili", ha avvisato il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis. L’impostazione della riforma è nota: piani di spesa degli Stati a 4-7 anni. Con il disavanzo oltre il 3% del Pil scatta in automatico un aggiustamento annuo pari allo 0,5% del Pil. O almeno dovrebbe, perché il punto sembra a sorpresa tornato in trattativa su esplicita richiesta della Francia. Con l’avallo dell’Italia.

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