Una visitatrice al Salone del Mobile
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"Sono il manifatturiero, le piccole e medie imprese e le multinazionali tascabili il motore della ripresa italiana: sono questi i fattori di forza del nostro Paese che fanno la differenza rispetto al resto dell’Europa, Germania e Francia innanzitutto, e che ci riportano al boom dei primi anni Sessanta". Giulio Sapelli è un economista e uno storico dell’economia senza peli sulla lingua che non fa sconti e così, da un lato, distribuisce i meriti dell’Italia-boom del 2021, ma, dall’altro, avvisa: "Pensi a che punto saremmo se la borghesia compradora dei grandi gruppi finanziari e industriali non...

"Sono il manifatturiero, le piccole e medie imprese e le multinazionali tascabili il motore della ripresa italiana: sono questi i fattori di forza del nostro Paese che fanno la differenza rispetto al resto dell’Europa, Germania e Francia innanzitutto, e che ci riportano al boom dei primi anni Sessanta". Giulio Sapelli è un economista e uno storico dell’economia senza peli sulla lingua che non fa sconti e così, da un lato, distribuisce i meriti dell’Italia-boom del 2021, ma, dall’altro, avvisa: "Pensi a che punto saremmo se la borghesia compradora dei grandi gruppi finanziari e industriali non avesse chiuso o trasferito gli asset all’estero e se i nostri giovani fossero davvero preparati come operai e tecnici".

Professore, nonostante tutto, siamo al 6,3-6,5 % di Pil. Non accadeva dagli anni del Miracolo economico.

"Il Paese tiene il punto grazie all’eroismo di chi ogni giorno tira su la saracinesca".

E chi è che alza la saracinesca e ci fa correre come la locomotiva d’Europa?

"Si tratta, per esprimersi con il vocabolario dell’Ufficio studi di Bankitalia, delle “famiglie che svolgono attività economica“, e, dunque, delle piccole e medie imprese e delle multinazionali tascabili. Le possiamo anche chiamare imprese manchesteriane, piccole e medie, rivolte all’esportazione e al mercato interno. Sono queste l’ossatura vertebrale del Paese".

In quali settori operano?

"La forza trainante del Paese è la manifattura, la manifattura industriale, meccanica, chimica, farmaceutica, del legno, del tessile. Abbiamo imprese che entrano nel mercato e sono le piccole e medie imprese e poi abbiamo imprese che da circa un trentennio escono e sono le grandi imprese: il rapporto che le grandi imprese hanno con il mercato è che o chiudono o cambiano nazionalità".

I nostri partner europei arrancano: che cosa fa la nostra differenza?

"La differenza rispetto alla Francia e alla Germania la fanno esattamente la presenza capillare dei nostri artigiani e dei nostri piccoli e medi industriali. Gli Stati Uniti, invece, hanno tutte e due le cose: hanno le grandi corporation e le piccole e medie imprese. È la loro forza".

Rispetto al boom degli anni Sessanta quale è il confronto?

"La differenza è che avevamo la grande impresa pubblica con quegli uomini che le dirigevano (mentre oggi abbiamo solo Eni e Fincantieri, detto per inciso). La continuità, invece, è che in quegli anni nascevano e si sviluppavano le piccole e medie imprese e i loro distretti, con le banche popolari e cooperative a fornire loro l’ossigeno necessario".

Banche del territorio che oggi sono ridotte in questa funzione?

"Sì, si sono ridotte. Allora erano il polmone finanziario per quelle famiglie. Lo sviluppo di Como e del suo distretto, per citare un caso esemplare, si fonda sul supporto delle banche cooperative e popolari. Dunque, oggi mancano due gambe che negli anni Sessanta hanno svolto un ruolo chiave: l’impresa pubblica e l’ossigeno di molte banche locali".

Ce l’abbiamo fatta ugualmente, però.

"Resiste un mix virtuoso che permette al calabrone di volare".