22 apr 2022

Il grande risiko dei chip: protagonisti e guerre per l'oro tech

Un report realizzato da Nuove Reti, la società romana di relazioni istituzionali. La crisi dei chip - si legge - è maturata ben prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina. Ma queste, inevitabilmente, sono destinate ad aggravarla: metà della produzione mondiale di neon, necessario per produrre i laser con cui si realizzano i microchip, è ad opera di Russia e Ucraina. 

alberto pieri
Economia
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Semiconduttori e chip alla prova di pandemia e guerra

ROMA – Come non bastasse la pandemia, la guerra in Ucraina ha finito per rendere ancora più vulnerabile l’Europa e l’Occidente anche sul fronte dei semiconduttori. A offrire una radiografia dettagliata e aggiornata delle coordinate che caratterizzano la dipendenza del Vecchio Continente e degli Stati Uniti anche per questo delicatissimo settore è la società romana di public affairs e relazioni istituzionali Nuove Reti, guidata da Giusi Gallotto.

La “crisi dei semiconduttori”, i principali materiali che compongono i circuiti elettronici, è diventata espressione ricorrente e tema di discussione nell’arena politica. Ormai dal 2020, infatti, una gravissima carenza di microchip (o chip, più semplicemente) ha colpito numerosi settori industriali.

Per fronteggiare questa situazione, e per porre rimedio a degli squilibri di mercato che determinano conseguenze anche sul piano geopolitico, sono state lanciate iniziative a livello europeo e nazionale. L’obiettivo è quello di costruire una “sovranità tecnologica” che metta interi segmenti di mercato al riparo dalla dipendenza in settori strategici per lo sviluppo dell’economia europea.

Un mercato concentrato e fluttuante

“Semiconduttori” e “chip” sono parole generalmente utilizzate come sinonimi, nonostante - di fatto – i semiconduttori siano i materiali speciali che si utilizzano per realizzare le componenti di base dei chip. Il più celebre è il silicio, ma rilevanti sono anche l’arseniuro di gallio e di alluminio, il germanio e il fosfuro di indio. Numerose sono le applicazioni se si pensa alla diffusione dell’elettronica nei beni di consumo: computer, televisori e smartphone, elettrodomestici, apparecchiature industriali e mediche, impianti fotovoltaici, automobili. I semiconduttori, dunque, risultano cruciali per l’industria e, in senso più ampio, per lo sviluppo tecnologico e digitale della società.

Proprio per questo, non si possono trascurare alcune valutazioni sulla provenienza di questi materiali o sull’articolazione del mercato dei semiconduttori. Solo per restare al silicio, è la Cina il primo produttore con 4,6 milioni di tonnellate annue. Segue la Russia con circa 747 mila tonnellate. Più indietro Stati Uniti e Norvegia. L’Europa nel complesso, secondo quanto riferito dal Premier Draghi lo scorso ottobre in occasione delle comunicazioni al Parlamento, è passata dal 44% della capacità globale di semiconduttori nel 1990 ad appena il 9% nel 2021, ed è quindi dipendente dai fornitori di Paesi terzi. Molto concentrato è anche il mercato delle imprese del settore. Nel terzo trimestre del 2021 la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) si è attestata su una quota di mercato globale del 53%, davanti alla Samsung ferma al 17%. A Taiwan, e in Asia più in generale, si concentra il miglior know-how tecnologico per la trasformazione dei semiconduttori.

La crisi attuale, generata soprattutto da un aumento imprevisto della domanda di semiconduttori necessari per fronteggiare la pandemia, insieme alla fluttuazione per altri usi, ha innescato uno squilibrio tra domanda e offerta. Ed ha reso ancor più evidente l'estrema dipendenza globale della catena del valore dei microchip da un numero molto limitato di operatori, per giunta in un contesto geopolitico complesso. Una dipendenza frutto anche della delocalizzazione: se, infatti, Taiwan e l’Asia sono il luogo dell’assemblaggio, è negli Stati Uniti che è rimasto il design dei software dei chip, anche di quelli destinati all’industria della difesa. La filiera può essere suddivisa in tre fasi: progettazione, fabbricazione e assemblaggio. Le aziende che si occupano solo della prima, le società di circuiti integrati fabless, si affidano per la fabbricazione alle fonderie. TSMC, la più grande fonderia di semiconduttori del mondo e fornitore chiave per le grandi aziende tecnologiche, sarebbe pronta ad aprire un impianto in Arizona: è la nuova frontiera della globalizzazione.

Un “risveglio” per la sovranità tecnologica europea…

Nel contesto della crescente digitalizzazione delle attività produttive, l’economia deve fare i conti con la scarsità dei semiconduttori, una delle problematiche industriali che ha contraddistinto la fase pandemica e che condiziona oggi tutta l’economia digitale. Non a caso, a Bruxelles è considerata una priorità la concretizzazione del principio di sovranità tecnologica e autonomia strategica attraverso un ecosistema europeo dei chip all'avanguardia”.

A febbraio, pertanto, la Commissione europea ha proposto una serie di misure per garantire la sicurezza dell'approvvigionamento, la resilienza e la leadership tecnologica dell'UE nell'ambito delle tecnologie e delle applicazioni dei semiconduttori. In particolare, in anticipo sul cronoprogramma di azioni per il corrente anno, ha proposto l’adozione della Legge europea sui semiconduttori (EU Chips Act). Un’iniziativa simile a quella intrapresa dagli Stati Uniti nel 2021 (Creating Helpful Incentives to Produce Semiconductors (CHIPS) for America Act) e ora lanciata anche da altri Paesi. L’intento è quello di raddoppiare la quota di mercato europea dal 10 al 20% della produzione globale di chip entro il 2030: la produzione europea dovrebbe quindi quadruplicare. L’obiettivo verrebbe raggiunto mobilitando oltre 43 miliardi di Euro di investimenti pubblici e privati. Nel pacchetto di misure anche strumenti per prepararsi a eventuali future perturbazioni delle catene di approvvigionamento, prevenirle, anticiparle e rispondervi rapidamente.

Un totale di 11 miliardi di Euro, con “Chips for Europe”, verranno destinati a rafforzare la ricerca, lo sviluppo e l'innovazione esistenti, garantire la diffusione di strumenti semiconduttori avanzati, creare linee pilota per la realizzazione di prototipi, la sperimentazione e il test di nuovi dispositivi per applicazioni della vita reale innovative, formare il personale e sviluppare una comprensione approfondita dell'ecosistema e della filiera. Nell’ambito di InvestEU, poi, sarà attivo un fondo per i chip volto a facilitare l'accesso ai finanziamenti per le start-up, così da aiutarle a portare a maturazione le loro innovazioni e ad attrarre investitori.

Il Commissario europeo, Thierry Breton, lo ha dichiarato espressamente: “investendo nei mercati del futuro e riequilibrando le catene di approvvigionamento mondiali consentiremo all'industria europea di restare competitiva, generare posti di lavoro di qualità e far fronte alla crescente domanda mondiale”. Un ruolo importante, benché essenzialmente consultivo, lo avrà l'Alleanza UE sui processori e le tecnologie dei semiconduttori, nata nel 2021 e aperta alla partecipazione di qualsiasi organizzazione con attività rilevanti esistenti o pianificate nell'area delle tecnologie dei processori e dei semiconduttori. 

Diversificare: sì, ma come?

La crisi dei chip è maturata ben prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina. Ma queste, inevitabilmente, sono destinate ad aggravarla: metà della produzione mondiale di neon, necessario per produrre i laser con cui si realizzano i microchip, è ad opera di Russia e Ucraina (gli Stati Uniti ne importano dall’Ucraina il 90%); la Russia è un produttore importante di alluminio, usato per la fabbricazione di componenti passivi e nella saldatura dei fili, e di palladio, usato nella fabbricazione dei chip, ma è stata colpita dalle sanzioni europee che le impediscono di accedere a determinati beni e tecnologie e ha bloccato l’export di alcuni altri come ritorsione. Così, lo sviluppo auspicato da Bruxelles e Roma nel settore ha subito, e potrà subire, dei contraccolpi. La ricerca di fonti diverse di approvvigionamento è, dunque, una questione pressante per tutto il mondo.

Nel nostro Paese il dossier è all’attenzione del MiSE. Il Viceministro Pichetto Fratin, rispondendo ad un’interrogazione alla Camera ha dichiarato, in gennaio, che c’è l’intenzione di realizzare, attraverso lo strumento dei Contratti di sviluppo, progetti d'investimento su tutto il territorio anche nella microelettronica e sui semiconduttori. Sono in corso, sempre secondo il Viceministro, interlocuzioni con aziende del settore della microelettronica per lo sviluppo di iniziative industriali in territorio italiano. Parole confermate da quanto trapelato nelle ultime settimane circa un Ministro Giorgetti occupato a concretizzare l’intenzione dell’americana Intel di sviluppare in Italia un impianto di assemblaggio all’avanguardia.

Come dichiarato dalla Commissaria europea Vestager, le transizioni ecologica e digitale necessitano di un’offerta sicura e stabile di semiconduttori. E, a giudicare dalla postura del Next Generation EU, anche di un ruolo attivo dello Stato. Una postura che l’Unione Europea ha assunto in risposta alla pandemia vincendo ritrosie che prima del 2020 apparivano insormontabili. Il Chips Act europeo prevede una valutazione della Commissione caso per caso sull’applicazione della normativa sugli aiuti di Stato, sulla base della dimensione e del valore economico degli investimenti. Poiché, tuttavia, con la Legge sui semiconduttori l’UE intende dotarsi di una protezione dalle fluttuazioni del mercato, dalle possibili crisi e da un “uso politico” delle risorse e del know-how, il tema degli aiuti di Stato andrebbe affrontato in maniera sistemica.

E poi l’Unione Europea dovrà riuscire a mettere insieme le capacità di ricerca, progettazione, sperimentazione e produzione di tutti i Paesi membri per creare un ecosistema dei microchip, favorendo, tra le altre cose, la partnership pubblico-privato sulle tecnologie d’avanguardia e sulla capacità di progettazione elettronica, che è la ragion d’essere della citata Alleanza. Cooperazione che in Italia il MiSE ha agevolato - come detto - con «MADEin4», che coinvolge STMicroelectronics, FCA Italy, Comau, Politecnico di Torino e CNR. Uno sforzo che andrà razionalizzato e potenziato convogliando sulla microelettronica la serie di misure statali di incentivazione e di sostegno rivolte alle imprese e al mondo produttivo.

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