di Elena Comelli Atlantia va avanti per la sua strada. Alla vigilia della scadenza dell’ultimatum del governo per sbrogliare la matassa su Autostrade, ieri il viceministro delle Infrastrutture e Trasporti Giancarlo Cancelleri (M5S) ha ribadito che se entro domani non arriveranno risposte da Atlantia, "si andrà avanti con la revoca della concessione" alla società controllata dal gruppo che fa capo alla famiglia Benetton. La linea della fermezza arriva dopo che tra Atlantia e Cdp si è arrivati praticamente alla rottura, perché la società non accetta le condizioni poste da Cassa...

di Elena Comelli

Atlantia va avanti per la sua strada. Alla vigilia della scadenza dell’ultimatum del governo per sbrogliare la matassa su Autostrade, ieri il viceministro delle Infrastrutture e Trasporti Giancarlo Cancelleri (M5S) ha ribadito che se entro domani non arriveranno risposte da Atlantia, "si andrà avanti con la revoca della concessione" alla società controllata dal gruppo che fa capo alla famiglia Benetton. La linea della fermezza arriva dopo che tra Atlantia e Cdp si è arrivati praticamente alla rottura, perché la società non accetta le condizioni poste da Cassa - in primis la manleva sulle richieste di danni indiretti conseguenti alla caduta del Ponte Morandi - e la Cassa non ritiene possibile entrare nel capitale di Aspi con queste modalità.

Per Atlantia, che oggi riunisce i cda della capogruppo e quello di Aspi per rispondere al governo, le minacce di Cancelleri non avrebbero fondamenti giuridici. "La richiesta di manleva voluta da Cdp non esiste nell’ambito delle grandi operazioni di mercato del mondo infrastrutturale. Nella lettera di impegni inviata lo scorso 14 luglio al governo, peraltro, non è prevista alcun tipo di manleva. Nella process letter inviata a Cdp e a tutti gli altri investitori è infatti esplicitato chiaramente che Atlantia non rilascerà alcun tipo di garanzia relativamente ad Aspi, sulla base del principio della parità di trattamento di tutti gli investitori", replica la società.

Atlantia conferma infatti il suo orientamento ad andare avanti sulla propria strada, avviando il processo di vendita approvato dal cda del gruppo giovedì scorso, ritenendo che la minaccia della revoca non sarebbe fondata dal punto di vista giuridico. Il rischio giudiziario – che ieri ha fatto perdere in Borsa l’1,15% ad Atlantia – verrebbe semmai incluso nelle valorizzazione di Aspi in sede di vendita.

Prima del crollo del ponte Morandi, Aspi veniva valutata 14,5 miliardi, mentre oggi Cdp e Benetton discutono su un valore intorno agli 11 miliardi di euro, anche se non c’è accordo. Nello schema iniziale di intesa, datato 14 luglio, Atlantia avrebbe dovuto cedere l’88% di Aspi in una newco, nella quale Cdp sarebbe dovuta entrare con un aumento di capitale dedicato. Alla luce delle difficoltà ad andare avanti in questa direzione, Atlantia ha scelto invece la strada del processo ‘dual track’, ovvero vendita dell’intera quota dell’88% del capitale di Aspi tramite processo competitivo o, in alternativa, scissione parziale e proporzionale di Aspi.

Il processo di vendita di Aspi prevede già un termine, quello del 16 dicembre, per la presentazione delle offerte non vincolanti. Un tempo abbastanza lungo per consentire ai potenziali acquirenti di accedere ai dati necessari alle ‘due diligence’ dei pretendenti. In lizza ci potrebbero essere Blackstone, Kkr e gli australiani di Macquarie, ma anche soggetti italiani come Toto Holding che nei giorni scorsi ha confermato un suo interesse.