di Marco Girella Non si può negare che molte persone considerino i giornalisti parte di una categoria privilegiata, una consorteria troppo vicina alla casta, per la quale è difficile provare simpatia. Sui social, nuovo termometro di febbri sociali e mode culturali, l’invettiva contro i giornalisti, colpevoli di questo o quel titolo, o di errori e maldestre considerazioni, si sprecano, con l’invito a ignorarli per abbeverarsi alle nuove fonti digitali d’informazione. Che appaiono amichevoli, alla portata di tutti e suonano tanto più ospitali e giusti dei...

di Marco Girella

Non si può negare che molte persone considerino i giornalisti parte di una categoria privilegiata, una consorteria troppo vicina alla casta, per la quale è difficile provare simpatia. Sui social, nuovo termometro di febbri sociali e mode culturali, l’invettiva contro i giornalisti, colpevoli di questo o quel titolo, o di errori e maldestre considerazioni, si sprecano, con l’invito a ignorarli per abbeverarsi alle nuove fonti digitali d’informazione. Che appaiono amichevoli, alla portata di tutti e suonano tanto più ospitali e giusti dei faziosissimi giornali. Il giornalismo non è mai stato così vilipeso come oggi. Eppure mai come oggi ce n’è stato tanto bisogno.

Oggi e nei prossimi giorni si terranno molte manifestazioni, in difesa del giornalismo, in diverse città italiane. La prima, questa mattina, a Bologna. Ospiti il presidente della Federazione nazionale della Stampa, Beppe Giulietti, e alcuni giornalisti, precari, che mentre lavoravano sono stati insultati o minacciati. Non protesteranno solo in difesa dei giornali ma anche del diritto di tutti a essere informati.

Le grandi aziende digitali hanno prosperato per anni copiando e pubblicando gratuitamente i contenuti dei quotidiani, delle tv e delle radio italiane, senza pagare tasse e sottraendo risorse allo Stato. Non è stato un bene né per le finanze italiane né per la comunità nazionale. Chi ha lavorato e prodotto quelle notizie è stato licenziato, esodato, cassintegrato, sottopagato e nel migliore dei casi prepensionato perché gli editori - che hanno sostenuto i costi dell’informazione - sono andati in crisi proprio per quel “saccheggio“ dei colossi digitali.

L’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti, ha i conti in profondo rosso, non per mala gestio ma perché i governi che si sono succeduti negli anni hanno preferito scaricare per legge sull’istituto i costi delle ristrutturazioni aziendali. Un fulgido esempio di cosa fa la politica quando non ha voglia di risolvere un problema. Specialmente se tanti onorevoli e senatori si convincono che un mondo senza redazioni renda più facile la comunicazione dei media manager dei partiti. Non è così, naturalmente. Senza giornali e senza redazioni cinque persone nel mondo possono decidere quali notizie circolano e quali no.

Difendere le redazioni e il giornalismo vuol dire difendere il pluralismo dell’informazione, la possibilità dei cittadini di non dipendere solo dalle veline dei palazzi o delle aziende. Vuol dire difendere la democrazia molto imperfetta che abbiamo e che però è molto meglio della democrazia dell’ignoranza a cui sembriamo rassegnati. Difendere l’Inpgi non vuol dire difendere i privilegi. Vuol dire difendere una cassa previdenziale che, unica tra quelle private, negli ultimi dieci anni ha pagato con 500 milioni di euro dei suoi iscritti cassintegrazioni, solidarietà e prepensionamenti.