Andrea Ropa

BOLOGNA

AL TOP per diversità, inclusione e sviluppo delle risorse umane. Hera è la prima multiutility del prestigioso ‘Diversity and Inclusion Index’ di Refinitiv Thomson Reuters, che ogni anno analizza oltre settemila aziende quotate in tutto il mondo, per orientare gli investitori verso realtà che, oltre ai risultati economici, dedicano particolare attenzione alla soddisfazione dei propri lavoratori. Per il Gruppo bolognese – quasi novemila dipendenti che ogni giorno servono oltre 4 milioni di utenti – le persone sono parte integrante della strategia d’impresa, «due aspetti che viaggiano su due vagoni dello stesso treno – spiega il presidente Tomaso Tommasi di Vignano –. Dare valore al ruolo dei lavoratori innesca un circolo virtuoso che impatta positivamente non solo sull’individuo, ma sui risultati stessi dell’azienda. Del resto, i nostri dipendenti sono essi stessi cittadini dei territori che serviamo. E investire su di loro è un dovere su cui vogliamo continuare a impegnarci».

In quale modo il Gruppo Hera persegue l’obiettivo di rendere sostenibile, conciliabile e agevole il rapporto tra la vita personale e professionale dei propri lavoratori?

«Principalmente attraverso Hextra, un modello di welfare in continuo miglioramento che valorizza un impegno con radici lontane. Nel 2016 siamo partiti con una fase di ascolto che ci ha permesso di capire come costruire un piano di welfare efficiente, moderno e flessibile, rispetto alle esigenze familiari e personali dei nostri dipendenti. L’intento, infatti, era quello di migliorare le iniziative di welfare già esistenti mettendole a sistema. Il risultato è stato vincente, come testimoniano anche i numerosi riconoscimenti ottenuti. Tra questi la certificazione ‘Top Employers’ che abbiamo ottenuto per il decimo anno consecutivo».

Concretamente come funziona?

«Hextra è composto da una quota di risorse economiche la cui destinazione è personalizzabile da ciascun lavoratore. Sono diverse le aree interessate dal piano di welfare tra cui è possibile scegliere: salute e assistenza sanitaria, assicurazione e previdenza, sostegno all’istruzione dei figli, servizi alla persona, benessere e sostegno al reddito».

Quante risorse avete investito per questo piano?

«Oltre quattro milioni di euro solo nel 2018, visto anche l’ampliamento dell’impegno verso i lavoratori con contratto a tempo determinato. Ma welfare per Hera significa anche formazione, conciliazione dei tempi vita-lavoro, agilità e digitalizzazione. Con l’ausilio di Heracademy, la Corporate University del Gruppo, lo scorso anno sono state garantite in media 30 ore di formazione a ogni lavoratore. C’è attenzione anche nei confronti delle famiglie: penso alle agevolazioni per asili nido e centri estivi e ai contributi per l’istruzione. Ma anche alle borse di studio dedicate ai figli dei nostri dipendenti iscritti alla scuola secondaria di secondo grado e all’università».

Prima ha citato la digitalizzazione. Come si intreccia con il benessere dei lavoratori?

«I nuovi strumenti e le tecniche all’avanguardia che oggi abbiamo a disposizione rappresentano una sfida e un’opportunità. La digitalizzazione ci ha permesso, ad esempio, di incidere sull’agilità lavorativa introducendo, quasi due anni fa, un progetto di smart working che abbiamo ampliato dopo una fase sperimentale e che oggi interessa circa 1.500 dipendenti del Gruppo. In questo senso, però, bisogna ricordare che un’azienda risulta inclusiva quando rende agevole l’utilizzo di strumenti innovativi senza difficoltà. Per questo sono stati pensati percorsi formativi e di affiancamento ad hoc per i dipendenti, con l’intento di aiutarli nel percorso di digitalizzazione delle attività. Inoltre, per il Gruppo Hera la digitalizzazione è uno strumento su cui investire in favore delle future generazioni».

Come avete affrontato il tema della qualità dei luoghi di lavoro?

«Lavorare bene significa anche lavorare in un luogo bello, sicuro, confortevole e sostenibile. È una convinzione sulla quale abbiamo fondato i progetti di riqualificazione delle principali sedi del Gruppo negli anni scorsi. Tra queste, la sede di Bologna, in viale Berti Pichat, inaugurata alla fine del 2018. I dipendenti che arrivano qui la mattina trovano a disposizione – tra le altre cose – un ampio parcheggio per auto e bici, tante aree verdi, un servizio mensa e bar interni, numerosi erogatori di acqua potabile. Negli uffici, inoltre, sono stati creati alcuni smart point: spazi comuni allestiti con salottini insonorizzati e pannelli fonoassorbenti, per valorizzare collaborazione e confronto».

Il riconoscimento di Refinitiv Thomson Reuters premia le aziende che tutelano le diversità e promuovono l’inclusione. A cosa è dovuto il vostro posizionamento?

«Per il Gruppo Hera diversità significa ricchezza. È una reazione contagiosa: chi si sente incluso produce inclusione a sua volta. Anche per questo abbiamo introdotto, già nel 2011, la figura del Diversity Manager per il coordinamento di tutte le attività aziendali dedicate alle pari opportunità, alla tutela delle diversità e dell’inclusione».

A sostenere questo aspetto ci sono anche dati numerici?

«Solo per citare quelli sulla parità di genere, possiamo dire che Hera conta quasi il 25% di donne tra i lavoratori: un valore in crescita e al di sopra della media nazionale di settore. Rispetto alle sei multiutility analizzate da Utilitas, abbiamo la più alta percentuale di donne dirigenti, il 19%. E sono in aumento le donne nei ruoli direttivi: nel 2018 erano il 32,3% del totale».