di Achille Perego

Fare squadra per ripartire e superare la crisi provocata dalla pandemia. Ma le nuove restrizioni per arginare la seconda ondata di contagi sembrano una terapia studiata senza tener conto degli effetti sull’economia. "Il decreto del presidente del Consiglio dei Ministri – esordisce Domenico Guzzini (nella foto), presidente della Fratelli Guzzini, storica azienda marchigiana leader nella produzione di articoli di design per la tavola, la cucina e l’arredo - è un provvedimento fatto da una persona, forse supportata da un Governo. Dovrebbe invece essere il risultato derivato dall’ascolto delle componenti attive della società. Siamo arrivati impreparati a questa seconda ondata benché fosse prevista. Il ‘pericolo’ non sono i bar, i ristoranti, le attività sportiveculturali bensì i trasporti e i minori investimenti strutturali sulla sanità. Chiudere alle 18 offre non soluzioni ma capri espiatori. In una democrazia le attività d’impresa si limitanochiudono in base a precisi parametri di rischio. La salute è un bene da salvaguardare ma non è l’individuazione di categorie di colpevoli che limiterà i contagi".

Quanto peserà la chiusura nei week-end dei centri commerciali?

"L’economia fortemente penalizzata dallo stop di primavera, da una crisi precedente non può permettersi altre riduzioni dei consumi. Già le persone sono meno motivate ad acquistare dall’incertezza del futuro, un’ulteriore riduzione dei tempi d’acquisto porta verso la chiusura delle attività".

Come può reagire il sistema Italia alla pandemia?

"Nei momenti difficili gli italiani danno il meglio di sé, ma hanno bisogno di un progetto, di sentirsi parte di un sistema. Nulla sarà come prima per questo urge riprogettare la società e dobbiamo farlo come sistema integrato, investire sulla digitalizzazione e lo sviluppo sostenibile, abbattere la burocrazia è imperativo. Capire che siamo in una società dove non funziona più l’agire solitario in difesa del proprio: siamo tutti partecipi e dobbiamo fare squadra. Il ruolo dell’associazionismo è centrale. La politica deve fare la sua parte: ascoltare per poi scegliere".

Quali sono le risposte che potrebbero servire per sostenere i prodotti italiani?

"È necessario agire sulle leggi per incrementare il numero dei prodotti italiani sostenibili e al tempo stesso lavorare per creare e diffondere internazionalmente un brand ‘Prodotto di Sistema Italiano’ per definire in diverso modo l’ormai stanca formula del Made in Italy. E’ ora di un Made for Italy, cioè di prodotti che siano il risultato di sistemi integrati composti da diverse imprese. Incentivi e agevolazioni fiscali devono essere rivolti a chi produce il Prodotto Italiano".

Lei sta pensando a iniziative particolari per questo Made for Italy?

"Non occorrono slogan ma azioni per la costruzione di nuove filiere e di aggregati diversi che superino il mondo dei distretti. Prodotto italiano significa cultura, mestieri, conoscenze, creatività, arte, tecnologie, sostenibilità, il rispetto dell’ambiente in tutte le sue accezioni. Stiamo coinvolgendo grandi organizzazioni sociali, enti associativi, imprese di produzione, della distribuzione e del riciclo. Promuovere il Prodotto Italiano non significa essere esterofili ma dare maggiore impulso ai sistemi produttivi territoriali, agli insiemi di saperi e competenze". Quale ruolo può avere nella promozione dei nostri prodotti la grande distribuzione?

"E’ un veicolo straordinario per renderci consapevoli del fatto che scegliere prodotti italiani è garanzia di qualità, di rispetto dell’ambiente, della salute, dell’attenzione al sistema lavoro, nella piena applicazione delle leggi. Stiamo collaborando in questo momento con Coop, proponendo una collezione di Sistema Italiano fatta con plastiche recuperate dal mare e dai suoli e poi ancora riformate".

E’ vero che i sistemi distributivi di altri Paesi fanno resistenza corporativa privilegiando i prodotti nazionali e sfavorendo quelli del made in Italy?

"Siamo spesso penalizzati perché quando ci presentiamo alle catene distributive francesi e tedesche per stringere partnership, ci sentiamo dire che favoriscono i loro fornitori nazionali. In Italia, a parte rare eccezioni, la grande distribuzione sembra privilegiare invece produttori asiatici o multinazionali americane, lavorando sulla leva del minor costo o del maggior appeal dei brand. Danneggiano così i produttori italiani, l’ambiente, i loro consumatori. Quelle stesse catene peraltro usano spesso la comunicazione per parlare di italianità, di sostenibilità, di realtà locali".

Come sta reagendo la sua azienda alla pandemia?

"Facciamo impresa da 108 anni a Recanati, abbiamo superato tante difficoltà nel corso degli anni, le guerre, perlomeno sette crisi economiche e siamo rimasti dando lavoro oltre che ai nostri 150 dipendenti ad altrettante persone dell’indotto. Nonostante il momento difficile per la pandemia il lavoro e gli ordini vanno bene (+10% rispetto 2019), grazie a scelte importanti fatte precedentemente al Covid in nome dell’economia circolare e della sostenibilità e alla diminuzione dei margini aziendali".