Le macerie del ponte Morandi a Genova (Newpress)
Le macerie del ponte Morandi a Genova (Newpress)

Roma, 17 agosto 2018 - C’è una contabilità del dolore, che non ha prezzo: quella delle vittime del crollo di Genova. Ma ce n’è un’altra, non meno importante, che si ripete puntualmente in un Paese ‘‘malato’ di infrastrutture, dove domina la cultura del «No» o, nei casi migliori, quella del Nimby, non in my back yard, cioè fatele dovunque le grandi opere purché non nelle mie vicinanze. E poco importa se i veti e le proteste alla fine comportano per i contribuenti un vero e proprio salasso economico oltre che il dolore per le tante vite spezzate.

Da questo punto di vista il caso di Genova risulta particolarmente emblematico. È da quando è stato costruito che il Ponte Morandi è finito nel mirino degli ingegneri, con tanto di indagini e studi che mostravano, numeri alla mano, che quell’opera andava semplicemente rifatta. Se non altro perché i costi della manutenzione rischiavano di essere superiori a quelli della ricostruzione. Così, una trentina d’anni fa, si cominciò a parlare di una viabilità alternativa, in grado di alleggerire il ponte dal traffico pesante e da una buona quota dei 25,5 milioni di veicoli che lo attraversano ogni anno.

Sul nuovo «passante genovese», la cosiddetta «Gronda», si è subito scatenata però l’ira di Beppe Grillo, che a Genova è di casa. E, quindi, dell’intero popolo dei Cinquestelle, vera anima del movimento «no-Gronda». Il risultato è che solo l’anno scorso, dopo aver ottenuto il via libera dall’Unione Europea, il progetto è finito nell’elenco delle opere strategiche firmato dall’ex ministro Graziano Delrio. Solo una parentesi, dal momento che il suo successore, Toninelli, l’ha già spostato nelle infrastrutture da ridiscutere o da rivedere. Punto e a capo.

Facciamo qualche calcolo. Costruire il nuovo passante genovese sarebbe costato 4,3 miliardi. Il progetto prevede la realizzazione di un nuovo percorso stradale di 72 chilometri, per oltre l’80% fatto di gallerie e sottopassi. Sarebbero stati inoltre ristrutturati 11 viadotti e costruiti altri 3. Un investimento che, con il senno del poi, si sarebbe trasformato in un forte risparmio per i contribuenti italiani. I calcoli, ovviamente, sono ancora prematuri. Mancano stime definitive dei danni. Ma, secondo una prima ricognizione, i danni materiali causati dal crollo del ponte, si aggirerebbero fra i 10 e i 15 miliardi di euro. Ed è una cifra approssimata per difetto.

Il crollo dell’A10 ha, di fatto, spaccato in due la rete autostradale, con il rischio di creare notevoli disagi a tutta la filiera portuale genovese che, da sola vale circa 11 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti i danni per il turismo, per le attività commerciali e quelle produttive. 

Infine, c’è da considerare il costo per la ricostruzione del ponte crollato: impossibile pensare di recuperarlo. Insomma, una catastrofe nella catastrofe. Considerando, inoltre, che per realizzare una grande opera oltre i 100 milioni di euro servono non meno di 14 anni, i costi del ‘non fare’ potrebbero davvero essere esorbitanti. E il conto non riguarda solo Genova. Se volessimo fermare le talpe che scavano le gallerie della Tav occorrerebbero non meno di 2 miliardi. Al netto delle penali da pagare alle ditte già impegnate nei lavori. E un costo ancora maggiore, per i contribuenti, potrebbe avere lo stop all’oleodotto Tap, quello bloccato dagli ulivi pugliesi. Ma sono ancora briciole per un paese dove i terremoti, negli ultimi 50 anni, sono costati 121 miliardi di danni: tre volte la cifra necessaria per mettere in sicurezza tutte le nostre case.