È un mondo a tinte un po’ più verdi quello che si fa strada anche in Borsa. All’orizzonte c’è lo scenario a basse emissioni datato 2030 e delineato dalla Ue, e con ogni probabilità tra i motori principali della grande ascesa dei green bond. Le cosiddette ’obbligazioni verdi’– legate a progetti che hanno un impatto positivo per l’ambiente, come l’efficienza energetica o la produzione di energia da fonti pulite – negli ultimi anni hanno fatto registrare una salita praticamente verticale. Solo in Italia infatti le emissioni di green bond datate 2019 ammontano a un valore complessivo di circa 5,4 miliardi di euro, contro i 2,8 del 2018. Un picco di quasi il 100% quello messo nero su bianco dalla Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo nel rapporto Italian Green Bonds. «Emissioni italiane in grande crescita – spiega Maria Grazia Antola, responsabile credit research della Direzione studi – in linea con quelle del resto del mondo, e che ora, in totale, sono pari a circa 11,4 miliardi», in pratica nell’ultimo anno sono quasi raddoppiate.

Secondo il rapporto, nel 2019 sono stati collocati 9 green bond: 4 hanno rappresentato il debutto nel settore per l’emittente (è il caso di Assicurazioni Generali, A2a, Erg e Ubi) mentre 5 sono stati emessi da compagnie che avevano già offerto al mercato questo tipo di titoli. Si tratta di Enel, Iren, Ferrovie dello Stato, Hera e Terna. L’altro giorno inoltre Intesa Sanpaolo ha collocato un ’sustainability bond’ per 750 milioni di euro, destinato a sostenere finanziamenti in circular economy. La parte del leone l’hanno fatta le utilities con il 64% del collocato. «La finanza – prosegue Antola – è sempre più indirizzata verso la sostenibilità, e la domanda di green bond è elevata, perché gli investitori sono molto interessati ad aumentare il volume dei propri titoli verdi, anche accettando in fase di sottoscrizione un rendimento inferiore rispetto a quello che chiederebbero per un titolo emesso dalla stessa società ma senza caratteristiche ’green’. Si tratta – conclude – di un trend con forti potenziali di crescita, che si sta estendendo non solo alle utility, ma anche a nuovi emittenti del settore finanziario che abbiano la possibilità di destinare fondi a progetti ’green’».

Uno scenario molto simile a quello globale, dove le obbligazioni verdi sono passate in dieci anni da un miliardo di dollari a oltre 200 miliardi, nel 2019. C’è un ’però’: gli investimenti in energie fossili hanno raggiunto 2mila miliardi di dollari dal 2015 e continuano a crescere. È quanto emerge dallo studio su 58 banche realizzato dalla società di investimenti verdi Boston common asset management ’Banking on a low-carbon future’. Lo studio indica diversi progressi nel settore, con 40 banche su 58 che aderiscono alle linee guida della Task force on Climate-related Financial Disclosures. L’81% delle banche fornisce poi rapporti sul proprio impegno per le politiche climatiche, l’84% usa certificazioni sui prodotti verdi fatte da soggetti terzi e più dell’80% rivela le informazioni su prodotti e servizi a basse emissioni. Il 55% dei gruppi, inoltre, prevede obiettivi espliciti sulla crescita dei prodotti verdi mentre il 40% definisce un focus specifico sulla finanza ’clean and green’.

Queste politiche tendono ad avere però solo un piccolo impatto sul comportamento commerciale. Negli ultimi anni, secondo quanto scrive il Financial Times nel presentare lo studio di Boston common, i finanziamenti ai combustibili fossili sono stati il doppio del valore complessivo dei green bond emessi fin dal 2007. Le società quotate rischiano di perdere 1.200 miliardi di dollari nei prossimi 15 anni se non affrontano da subito l’emergenza climatica, quando investire 1.800 miliardi nell’adattamento climatico, porterebbe entro il 2030 a benefici per 7mila miliardi.