La filiera grano duro-pasta, alla base di una delle eccellenze del food made in Italy, simbolo di italianità nel mondo, è fortemente squilibrata. Grande campione di export, l’Italia esporta più della metà della pasta che produce (il 56%) per un valore (dati 2017) di 2,4 miliardi di euro. Nella classifica dell’export tricolore la pasta si colloca al sesto posto col 4,4% del valore complessivo (dati Nomisma) dopo vino, ortofrutta, conserve vegetali, salumi e formaggi Dop.

Lo squilibrio: mentre di grano duro di qualità siamo deficitari (ne importiamo ogni anno tra il 30-35% del fabbisogno), spaghetti e maccheroni contribuiscono all’attivo della nostra bilancia commerciale con l’estero. Il problema si risolverebbe producendo più grano duro e di maggior qualità.

Lo strumento? L’interprofessione, cioè contratti di filiera (produttori-mulini-pastifici), con prezzi garantiti ai produttori e impegno a favorire qualità e tracciabilità, per contrastare la volatilità dei prezzi all’origine del grano. Un po’ come hanno fatto i francesi che hanno creato una Interprofessione del grano duro. Un decisivo passo in avanti nel nostro paese è stato fatto con lo stanziamento di 40 milioni complessivi per gli anni 2020, 2021 e 2022 destinati dal ministero delle Politiche agricole ai coltivatori di frumento duro che stipulano contratti di filiera con gli operatori della trasformazione e della commercializzazione dei prodotti cerealicoli.

L’importo massimo del contribuito è fissato a 100 euro l’ettaro a beneficiario, per una superficie coltivata a grano duro nel limite di 50 ettari ed è concesso nel regime degli aiuti "de minimis" ovvero entro un valore massimo di 20.000 euro nell’arco di tre esercizi finanziari. "Incentivare questi contratti ci permette di rafforzare tutta la filiera – dice il sottosegretario alle Politiche Agricole, Giuseppe L’Abbate – Da un lato diamo una certezza economica ai produttori, dall’altro miglioriamo la qualità del frumento duro italiano, anche attraverso l’utilizzo di sementi certificate, dando valore aggiunto alle imprese di trasformazione". In Italia si producono quasi 4 milioni di tonnellate di grano duro, per un valore di 1,2 miliardi di euro e i contratti di filiera – sottolinea con soddisfazione Confagricoltura – sono raddoppiati: da 6 mila a oltre 12 mila. La superficie produttiva proprio a causa della volatilità dei prezzi non più sostenuti dagli aiuti comunitari negli anni è passata da 2,3 milioni di ettari a 1,8 (dati Coldiretti).

Cresce comunque – sottolinea la confederazione guidata da Ettore Prandini – "la domanda dei consumatori per la pasta ottenuta con grano duro 100% italiano. L’adesione ai contratti di filiera attraverso i quali i produttori seguono determinati disciplinari tecnici garantisce elevati standard quantitativi e qualitativi". Recentemente poi è stato confermato dal Governo (proroga fino al 31 dicembre 2021) l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della materia prima della pasta di semola di grano duro, oltre a riso e derivati del pomodoro.