di Alessandro Farruggia

La boa galleggia all’orizzonte della splendida spiaggia di San Basilio a San Foca, nel salento adriatico. È novecento metri al largo, la noti solo se la cerchi. Segna il punto esatto da dove il Tap – il gasdotto che in 878 chilometri dal confine turcogreco, dove si connette al gasdotto transanatolico Tanap, ci porterà, via Grecia e Albania, il gas dei giacimenti azeri di Shah Deniz – si immerge nel sottosuolo, transita quindici metri sotto la spiaggia e gli scogli e riemerge dopo un chilometro e mezzo nelle campagne di Melendugno.

L’ex ministra del Mezzogiorno Barbara Lezzi, pentastellata leccese, aveva gettato il guanto ai favorevoli all’opera: "Voglio sfidare chiunque a stendere un asciugamano sopra un gasdotto". Sfida persa. Per tutta l’estate la spiaggia – che era ed è rimasta bandiera blu – è stata allegramente piena di bagnanti che hanno goduto senza problemi delle acque cristalline. E non per incoscienza o scarsa consapevolezza ambientale, ma perchè l’opera non si vede e non si sente: niente fumi, odori, macchie oleose o altro.

Dopo quattro anni e mezzo nei quali i No Tap di mezza Italia, inneggiando al rischio di disastro ambientale, hanno ingaggiato una battaglia durissima con una sorta di assedio permanente e scontri ricorrenti che ha obbligato a blindare per anni i cantieri con l’impiego di centinaia di uomini delle forze dell’ordine e schiere di guardie giurate, l’opera è finita. Il 10 ottobre è transitato il primo gas dall’Albania alla stazione di ricezione di Melendugno, a 8 chilometri dalla costa, dove sorge il centro di supervisione e controllo di tutte le attività dell’intero tracciato. E nulla è successo. Il 29 ottobre è stata effettuata l’ultima saldatura per la connessione alla rete Snam, nelle prossime settimane verranno completati i test di interconnessione e dal 15 novembre inizieranno le attività commerciali. Al 30 ottobre erano stati rimossi anche 18 dei 38 pannelli della struttura sottomarina installata a 90 metri dalla costa per proteggere le praterie di Posidonia oceanica e Cymodicea nodosa durante la costruzione del microtunnel che passa sotto la spiaggia, ed entro questa settimana saranno rimosse tutte. Resterà solo la boa, a galla. I detrattori dell’opera sostengono che comunque sono stati distrutti tratti di biostruttura coralligena e che le praterie di Cymodicea sono troppo vicine al tubo. Ma altre opere – basti pensare al vicino porto di San Foca – hanno avuto un impatto ben maggiore su questa costa.

In ogni caso è fatta. Dopo una spesa di oltre 4 miliardi di euro il tubo da 1,22 metri porterà 10 miliardi di metri cubi di gas – il fabbisogno di 7 milioni di famiglie – che potranno un giorno raddoppiare a 20 con la costruzione di due ulteriori stazioni di pompaggio in Grecia e Albania. Della spiaggia si è detto: è immacolata. Ma anche a vedere i cantieri e le campagne dove si snoda il tracciato, non c’è segno della temuta devastazione. Si vede sì una devastazione, quella causata dalla famigerata xylella, che ha straziato gli uliveti leccesi, ma se il Tap avrà un effetto sarà di mostrare in maniera evidente il suo tracciato perchè dove corre gli ulivi saranno sani. Un paradosso solo apparente. Per costruire il Tap sono stati rimossi dalla pista di lavoro di 18 metri, dal cantiere per il microtunnel e dalla zona della futura stazione di controllo la bellezza di 1.800 ulivi, alcuni centenari, che sono stati controlati, trattati, potati e poi protetti in una struttura ad hoc – la cosiddeta ‘canopy, che evita l’ingresso dell’insetto vettore della Xylella – nel sito di Masseria del Capitano.

Di questi 1.800, 400 erano malati e d’intesa con la Regione, sono stati abbattuti, e la stessa sorte è capitata in questi anni ad altri 300 asintomatici all’epoca dell’espianto ma rivelatisi poi infetti. Ne sono rimasti da ripiantare 1.100, ai quali ne saranno aggiunti due o trecento di specie resistenti alla Xilella provenienti da vari vivai del sud e altre 4-500 piante giovani. La piantumazione inizierà oggi e si protrarrà almeno fino a gennaio. Gli ulivi, numerati e georeferenziati con il Gps saranno ripiantati proprio dove erano e veranno monitorati per altri due anni. E il risultato è che il tracciato sarà così visibile anche dal cielo, perchè sopra ci saranno piante sane, mentre tutto attorno gli ulivi sono morti o morenti. Per un presunto disastro ambientale, non c’è male.