Un gasdotto
Un gasdotto

New York, 8 ottobre 2010. Winter is coming, l'inveno sta arrivando. E come insegna la serie 'Il trono di spade', l'arrivo della brutta stagione non è mai una bella notizia. Il prezzo del gas in dieci mesi è aumentato del 500% e ora che le temperature si faranno sempre più rigide, è difficile prevedere che possa rapidamente tornare sui livelli dello scorso gennaio, anche se qualche piccolo ribasso – soprattutto dopo le rassicurazioni date da Vladimir Putin nelle scorse ore - c'è già stato. Ma cosa ha causato questo aumento fuori misura? E quali sono gli effetti.

L'inizio della crisi

L'anno scorso, nel pieno della pandemia, l'emisfero Nord ha avuto uno degli inverni più lunghi di sempre. Questo ha portato quasi tutti gli Stati europei a consumare le proprie riserve, lasciando gli stock a un livello più basso del 25% rispetto al normale. Quando è arrivato il momento di rifare il pieno, i gasdotti che dalla Russia e dalla Norvegia pompano ogni anno quasi la metà dell'intero fabbisogno europeo di gas, hanno iniziato a funzionare a singhiozzo. Oslo ha dovuto ridurre il flusso per una serie di interventi programmati alla propria rete, mentre Mosca – che ha comunque deciso di riempire prima i propri serbatoi - ha dovuto far fronte alle conseguenze di un devastante incendio in un impianto siberiano.

Un'estate senza vento

La mancanza di alternative, la corsa a rifornirsi e la scarsità della materia prima ha provocato in pochi mesi un aumento vertiginoso dei prezzi. Come se non bastasse, a tutto questo si è unito una crescita della domanda di gas naturale liquefatto in Asia, con il continente in ripresa dopo il rallentamento dovuto al Covid, e un drastico calo dell'eolico in Europa: un'estate particolarmente tranquilla ha provocato un calo del 10% sull'energia prodotta grazie ai venti.

Il carbone alle stelle

“Di solito – fa notare l'Economist - quando il prezzo del gas e delle fonti alternative sale, le compagnie energetiche europee si buttano sul carbone”. Una mossa che però è risultata più difficile da mettere in pratica negli scorsi mesi: l'enorme domanda da parte della Cina ha provocato un aumento vertiginoso dei prezzi anche per questo tipo di oro nero. Inoltre, il costo dei permessi legati alle emissioni da carbone, che i produttori sono obbligati a comprare per compensare il maggiore inquinamento, sono schizzati alle stelle, passando dai 30 euro a tonnellata di gennaio ai 64,7 di ottobre.

I riflessi in Italia

I Paesi maggiormente colpiti dal rincaro sono stati quelli che fanno più uso di gas naturale ed eolico. L'Italia, che importa il 92% del gas che utilizza ogni anno, è ovviamente tra questi. Alcuni produttori di fertilizzante, a causa dell'aumento dei prezzi, hanno sospeso la produzione – come è successo alla Yara di Ferrara - perché altrimenti non sarebbero rientrati nei costi. Una brutta notizia con un altrettanto brutto riflesso: la crescita del costo dei fertilizzanti provocherà a cascata un aumento dei prezzi di frutta, verdura e carne. La crisi delle materie prime, secondo uno studio Confagri, potrebbe far così lievitare il conto alla cassa di almeno il 10% per le famiglie italiane.