Vittorio Emanuele Falsitta
Vittorio Emanuele Falsitta

Non si chiede di avvertire i segni che esigono una prospettiva tributaria escatologica; di cogliere il senso di uno sguardo addirittura fuori dal contesto tracciato dagli attuali principi dell’ordinamento fiscale, lontano, estremo, alle caviglie della Tecnica che corre in avanti. No. Non si chiede tanto. L’inerzia della politica da anni, del resto, ha adattato le nostre viscere giuridiche ad alimenti scongelati, scaduti. Vi sono, tuttavia, limiti oltre i quali ci si deve ritrovare dissidenti. c

E’ il procinto di un metodo che non piace non solo perché la causa di quanto accade, vista da vicino, riguarda la politica (e non l’Agenzia) ma perché non sembra costituirà nei prossimi mesi il solo evento di tensione nel quadro della finanza pubblica. I fatti in rassegna – stenosi sociale cagionata da forze opposte (contribuente vs Fisco) – spiegano bene la peculiarità del tributo: una somma di denaro che è sia dovere che presupposto di diritto: è dovere perché è l’obbligatorio pagare le imposte; è presupposto di diritto perché con il pagamento delle imposte da parte degli altri cittadini ciascuno accede ai diritti sociali: sanità, istruzione, giustizia etc.

Quando ci si trova in una depressione economica, come quella attuale, la gestione della natura ‘ermafrodita’ del tributo diviene complicazione di primo ordine per l’Agenzia delle entrate poiché, per un verso, l’Amministrazione comprende il sentimento egoistico del contribuente (che con il pagamento si fa più povero e, dato il caso, sarebbe orientata ad agevolarlo nel versamento), dall’altra, se nessuno paga, saranno proprio i diritti del contribuente a perdere consistenza (svuotamento dei diritti sociali) e, in generale, verrebbe compromessa la funzionalità dello Stato, una specie di mortis aculeo (l’espressione è presa dalla teologia di Paolo).

Occorre, dunque, rendersi conto che l’interesse fiscale (la sollecita raccolta dei tributi per sostenere la spesa pubblica) deve essere contestualizzato; occorre rendersi conto che la crisi che ci tiene sott’acqua crea un ambito straordinario dove l’interesse fiscale subisce (come altri concetti) una inevitabile temporanea mutazione; dove la raccolta di finanza, fatto essenziale per la sopravvivenza dello Stato, reclama misure eccezionali (ad esempio un accordo economico sulla rimessione totale o parziale dei debiti tributari; regolarizzazione del denaro contante e richiamo dei patrimoni sparsi all’estero) plausibili soltanto nella condizione di necessità in cui siamo immersi.

Ora, la ragionevolezza di cogliere le cose in relazione allo stato di necessità non solo era vistosa dal mese di marzo, ma, altresì, a quella data, era vistosa la difficoltà nella quale si sarebbe trovata oggi l’Agenzia delle entrate. Insomma, se non si è d’accordo nel difendere ad ogni costo la spesa pubblica essenziale, almeno si faccia quadrato attorno all’Amministrazione finanziaria oggi e ancor più domani esposta a gravi tensioni sociali.

* Vittorio Emanuele Falsitta, Professore Straordinario di diritto tributario nell’Università Europea di Roma e ivi Direttore del Centro di Ricerca sulla Fiscalità Etica