Lunedì 15 Luglio 2024

Risparmiare per costruirsi una pensione di scorta

Risparmiare  per costruirsi  una pensione  di scorta

Risparmiare per costruirsi una pensione di scorta

SEMPRE PIÙ anziani e sempre meno nuovi nati. Ecco i due trend demografici che rappresentano un’incognita per la società italiana, che rischia così di ritrovarsi con un sistema pensionistico e di welfare insufficiente a soddisfare i bisogni della popolazione. Di queste problematiche si è parlato in una conferenza organizzata da Arca Fondi Sgr nel corso del Salone del Risparmio, tenutosi a Milano dal 16 al 18 maggio. Oltre che una società di gestione del risparmio con 40 anni di vita alle spalle (festeggiati proprio quest’anno), Arca Fondi è infatti anche un player importante della previdenza integrativa. E’ il primo gestore in Italia di fondi pensione aperti, cioè quei prodotti finanziari con cui è possibile costruirsi una rendita di scorta in vista della terza età, integrativa delle pensioni pubbliche erogate dall’Inps. Al Salone del Risparmio, Arca Fondi ha organizzato un incontro dal titolo "Il risparmio previdenziale nella transizione demografica", che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Ugo Loeser (nella foto sopra), amministratore delegato di Arca Fondi, di Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, di Gian Carlo Blangiardo, ex presidente Istat e professore emerito dell’Università di Milano Bicocca. Come studioso e grande conoscitore di demografia, Blangiardo ha snocciolato una serie di dati e cifre che non sono certo rassicuranti. In Italia ci sono infatti sempre meno bambini: nel 2022 si è arrivati al minimo storico di 393 mila nuovi nati, a fronte 713 mila decessi. Continuando di questo passo, il nostro Paese avrà nel 2070 ben 11 milioni di residenti in meno rispetto a oggi, nonostante l’arrivo di decine di migliaia di immigrati ogni anno.

Ma il dato ancor più significativo è che la perdita di abitanti si concentrerà nella fascia di popolazione tra i 15 e il 64 anni, cioè tra chi è in età da lavoro e può contribuire alla crescita economica del Paese. Contemporaneamente, i progressi della medicina e l’aumento delle aspettative di vita faranno crescere il numero degli anziani. Sempre nel 2070, i nostri connazionali con più di 90 anni potrebbero superare il numero di 2,2 milioni, contro gli 827mila registrati nel 2022. Si tratta di un nutrito esercito di persone che, come tutti gli anziani in età avanzata, avranno bisogno di assistenza e cure mediche. Ce la farà il sistema di welfare pubblico a supportarle tutte in maniera adeguata? E saranno in grado i molti ultra 90enni di affrontare gli acciacchi della terza età con le loro pensioni? Questi due interrogativi sono stati affrontati da Alberto Brambilla (foto sotto) che, grazie al lavoro di ricerca di Itinerari Previdenziali, ha mostrato altri dati che fanno riflettere: "L’Italia è tra i primi 5 paesi al mondo per livello di protezione sociale offerto alla propria popolazione", ha detto Brambilla, "ed è al terzo posto per rapporto tra spesa sociale e il Pil (cioè la ricchezza che la nazione genera ogni anno), dopo la Francia e al pari con l’Austria". Già oggi, insomma, spendiamo molto per l’assistenza e abbiamo problemi di sostenibilità del welfare. Figuriamoci quando il nostro Paese avrà molti più anziani di oggi e molti meno giovani. È chiaro, secondo Brambilla, che il welfare statale non potrà sostenere questo onere tutto da solo anche perché, nei decenni a venire, le pensioni pubbliche diventeranno meno generose di un tempo, per effetto delle riforme approvate dal 1995 in poi.

Da qui la necessità per molti lavoratori di costruirsi una pensione di scorta con i fondi della previdenza integrativa ma anche attraverso altri strumenti come le polizze sulla vita o le long term care (LTC), che garantiscono il pagamento di una rendita nel caso in cui l’assicurato perda l’autosufficienza a causa di una improvvisa malattia. In Italia, però, queste forme di welfare privato non sono sviluppate come in altri paesi. Anche i fondi pensione, pur avendo registrato una crescita notevole nell’ultimo ventennio, hanno oggi in Italia un patrimonio che si aggira sul 9,7% del Pil, contro le percentuali altissime che si registrano in altri paesi come la Gran Bretagna (177%), l’Olanda (209%) o la Svizzera (143%). Eppure, gli italiani sono sempre stati un popolo di grandi risparmiatori: perché dunque non hanno pensato molto alla previdenza integrativa? "Il nostro Paese si caratterizza da tempo per un alto debito pubblico accompagnato però da un’elevata ricchezza finanziaria privata", dice Loeser, che sottolinea come la quantità di risparmi pro capite nella penisola sia superiore a quella di una nazione molto ricca come la Germania. Solo i Paesi Bassi negli ultimi anni ci hanno superato, soprattutto per una ragione: mentre gli olandesi hanno gestito meglio la loro ricchezza finanziaria con strategie orientate al medio e lungo periodo, gli italiani hanno scelto purtroppo di parcheggiare una montagna di soldi in liquidità, facendone erodere il valore dall’inflazione.

Siamo dunque grandi risparmiatori ma non bravissimi investitori. Per questo, l’ad di Arca Fondi si augura che venga presa seriamente in considerazione l’idea di rendere obbligatoria l’adesione ai fondi pensione da parte dei lavoratori. Inoltre, per Loeser sarebbe auspicabile che i fondi pensione avessero la possibilità di mettere in atto strategie di investimento di più ampio respiro, visto che oggi in Italia sono soggetti a limitazioni che in altri mercati non esistono. "Nel nostro Paese – dice Loeser – ci sono grandi progetti e asset in cui hanno investito o vogliono investire i fondi pensione esteri mentre quelli italiani sono assenti proprio perché sottoposti a maggiori vincoli". È il caso, per esempio, della rete di telecomunicazioni di Tim o il Mind di Milano (il distretto dell’innovazione nato nell’ex area Expo). "È un peccato – conclude – che nessun fondo pensione nazionale possa partecipare a queste operazioni, in un paese in cui abbiamo oltre 5mila miliardi di ricchezza finanziaria".