Nick Clegg
Nick Clegg
di Elena Comelli Facebook si è impegnata a pagare 1 miliardo di dollari nei prossimi tre anni ai media di tutto il mondo per l’uso dei suoi contenuti di notizie. Ad annunciarlo è il vicepresidente di Facebook per gli affari globali, Nick Clegg, spiegando che il social network è "più che disposto" a collaborare con gli editori di media. "Riconosciamo pienamente che il giornalismo di qualità è il cuore di come funzionano le società aperte: informare è dare potere ai cittadini e controllare i potenti", ammette Clegg. In questo senso, Clegg ha fatto notare che Facebook ha già investito 600 milioni di dollari tra il 2018 e il 2020 per sostenere il giornalismo, mentre nei piani per i...

di Elena Comelli

Facebook si è impegnata a pagare 1 miliardo di dollari nei prossimi tre anni ai media di tutto il mondo per l’uso dei suoi contenuti di notizie. Ad annunciarlo è il vicepresidente di Facebook per gli affari globali, Nick Clegg, spiegando che il social network è "più che disposto" a collaborare con gli editori di media. "Riconosciamo pienamente che il giornalismo di qualità è il cuore di come funzionano le società aperte: informare è dare potere ai cittadini e controllare i potenti", ammette Clegg. In questo senso, Clegg ha fatto notare che Facebook ha già investito 600 milioni di dollari tra il 2018 e il 2020 per sostenere il giornalismo, mentre nei piani per i prossimi tre anni, tra il 2021 e il 2023, la cifra aumenta a 1 miliardo.

Con questo nuovo impegno, Facebook si adegua alla stima di Google, che si è impegnata l’anno scorso a pagare 1 miliardo di dollari ai media per l’uso dei suoi contenuti di notizie in un nuovo prodotto chiamato Google News Showcase. Si aggiunge così una nuova puntata alla saga che vede impegnati, su versanti opposti, gli editori e i colossi del tech, su cui il mondo dei media tradizionali da tempo punta l’indice per il saccheggio dei contenuti.

E di sicuro il timing non è casuale, con il bailamme causato dalla disputa con il governo australiano, dopo che i due giganti del web hanno disattivato la condivisione di notizie la scorsa settimana in opposizione alla proposta di legge che impone un pagamento ai media per tutte le notizie pubblicate o condivise sui social. Sul caso australiano, Clegg ha sostenuto che "c’è stato un malinteso di fondo sul rapporto tra Facebook e gli editori. Sono gli editori stessi che scelgono di condividere le loro storie sui social media", tanto è vero che "mettono dei pulsanti sui loro siti che incoraggiano i lettori a condividerli", e ha spiegato che durante il 2020 Facebook ha portato 5,1 miliardi di visite ai media australiani, un volume di visite che equivale a un reddito di 407 milioni di dollari australiani, equivalenti a 265,4 milioni di euro.

Le due piattaforme hanno messo fine al blackout dopo che il governo di Canberra ha accettato alcune modifiche. Tra le concessioni chiave, il governo australiano ha detto che terrà conto degli accordi commerciali che Google e Facebook raggiungono con gli editori prima di decidere se sono perseguibili e darà loro anche un mese di preavviso prima di avviare un procedimento formale. Le piattaforme hanno anche guadagnato un po’ di tempo per concludere accordi con gli editori prima di essere costretti a pagare per i contenuti pubblicati in base alle disposizioni di legge. L’accordo ha fatto rientrare la crisi con l’Australia, ma ieri è arrivato questo nuovo passo.

Clegg ha fatto notare che Facebook ha già raggiunto accordi con i principali editori: "Il mese scorso, Facebook ha annunciato accordi con Guardian, Telegraph, Financial Times, Daily Mail, Sky News e molti altri, compresi editori locali, regionali e di lifestyle, per pagare i contenuti all’interno del suo prodotto Facebook News nel Regno Unito, una nuova tab dov’è possibile trovare titoli e storie accanto a notizie personalizzate secondo i propri interessi. Accordi simili sono stati raggiunti con gli editori negli Stati Uniti e Facebook è in trattative anche con altri editori in Germania e Francia". Ma la strada per trovare un equilibrio fra le esigenze di editori e i giganti del web sui cosiddetti diritti connessi è ancora lunga.