di Lorenzo Frassoldati

Il mondo agricolo e agroalimentare italiano comincia a fare i conti col Green Deal, l’ambizioso programma decennale presentato a maggio dalla Commissione Ue (nella foto Ursula von Der Leyen) che rivoluziona in senso ‘verde’ l’economia e la società europea con l’obiettivo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici intervenendo anche sui modelli di produzione e consumo del cibo.

Giocoforza, al centro del progetto c’è l’agricoltura (la cosiddetta strategia Farm2Fork) con una scaletta di obiettivi da realizzare entro il 2030 davvero impattante sul mondo agroalimentare: riduzione del 50% degli agrofarmaci; riduzione almeno del 20% dei fertilizzanti; riduzione del 50% degli antibiotici per gli animali da allevamento; raggiungere almeno il 25% della superficie agricola ad agricoltura biologica; trasformare almeno il 10% delle superfici agricole in aree ad alta biodiversità; proteggere almeno il 30% delle aree rurali e marine europee; per zootecnia e acquacoltura un taglio del 50% dei consumi di antibiotici.

Obiettivi virtuosi ma anche terribilmente ambiziosi, e che soprattutto richiedono uno sforzo finanziario enorme, che dovrà poter contare su linee finanziarie autonome, che non vadano ad incidere sul tesoretto (calante) del budget dell’attuale Pac, la politica agricola comune. Si pensi solo all’obiettivo del biologico al 25%: per l’Italia, che sta al 15%, significa un salto di dieci punti, che richiede sussidi per almeno 150 milioni di euro.

Ma quanto deve investire la Polonia, che sta al 2%, o gli altri paesi dell’est Europa fermi agli albori del bio? Un po’ stordito dal Covid-19, il mondo agroalimentare italiano comincia a porsi domande su questo futuro ‘green’. Agrinsieme (che riunisce Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari), intervenendo in audizione davanti alla Commissione Agricoltura della Camera proprio sul Farm2Fork, ha messo alcuni punti fermi come mondo produttivo. Intanto dice Agrinsieme "per attuare gli obiettivi della strategia europea ‘Dal produttore al consumatore’ o ‘Farm to Fork’, bisogna evitare di mettere mano alle risorse della Pac, le quali risultano già consistentemente ridotte rispetto alla precedente programmazione. Va, inoltre, scongiurato il rischio di una diminuzione quantitativa della produzione agricola comunitaria con conseguenze dannose per i produttori agricoli e le loro cooperative, nonché una possibile contrazione dei consumi su prodotti comunitari ad alto valore aggiunto a vantaggio di produzioni extraeuropee più economiche ma meno performanti quanto a salubrità e standard ambientali".

Poi va valutato attentamente l’impatto di queste nuove politiche "per garantire una maggiore uniformità nell’applicazione delle disposizioni previste, che al momento risultano essere maggiormente vincolanti per gli agricoltori che per il resto della filiera, con il concreto rischio di scaricare il peso della transizione ecologica sulle spalle dei produttori agricoli".