Il premier Giuseppe Conte (Ansa)
Il premier Giuseppe Conte (Ansa)

Roma, 12 aprile 2020 - Si può essere nervosi per molti motivi, ma quello che ha fatto saltare i nervi al premier Giuseppe Conte (l’altro giorno in diretta nazionale tv) e che agita anche i partiti che lo sostengono, è soprattutto quanto raccontavano ieri fonti di primo piano di Palazzo Chigi: "Se non riusciamo a ottenere gli Eurobond, dopo la sparata di ieri, poi Conte che fa? Si alza e se ne va oppure firma lo stesso?". Perché sugli eurobond, il premier si è esposto tantissimo. Forse troppo: "A Conte – sosteneva ieri la stessa fonte della maggioranza di governo – sui bond europei è scappata la mano e ora se non si fanno perde tutto. Un ‘all in’ incauto".

Ecco, dunque, perché il 23 aprile, ultima chiamata dei leader europei per trovare un accordo sulle misure anti virus nella riunione dell’Eurogruppo, è un giorno da cerchiare in rosso anche per la tenuta dell’Esecutivo e della maggioranza che lo sostiene. Fino ad allora, il premier andrà avanti per centrare l’obiettivo. Nel frattempo, però, il capo del governo affronterà gli umori del Parlamento. Le polemiche durissime con le opposizioni (Salvini e Meloni sul piede di guerra, più sfumata la posizione di Berlusconi) spingono Conte verso un passo formale: avere un mandato chiaro delle Camere prima del Consiglio europeo del 23. La ‘forma’ di questo mandato è tutta da verificare. La più ‘classica’ sarebbe quella di una risoluzione di maggioranza che accompagna, di solito, l’informativa del premier prima dei consigli europei. Ma chissà che il governo non punti ad avere un mandato ancora più chiaro, almeno nei contenuti. Perché solo con una pieno mandato parlamentare Conte potrà sedersi al tavolo dei leader Ue con la forza necessaria per cercare di ottenere quello che, fino ad ora, il ministro delle Finanze olandese, Wopke Hoekstra, è riuscito a bloccare. 

Una risoluzione parlamentare che servirà, forse, anche a fare chiarezza tra Pd e M5s sul nodo Mes. Il ministro Roberto Gualtieri, nella serata di ieri, è tornato a ribadire che il fondo, anche senza condizionalità, "non ci serve". Ma Conte sa di avere accanto un titolare dell’Economia che in passato è stato relatore del Mes in Europa ed è stato anche uno uno dei protagonisti del Fiscal compact; difficile, dunque, pensare di poter chiedere ad una personalità del genere di rinunciare al Mes e di mettersi di traverso ai potenti d’Europa. 

Insomma, oggi Conte è tra due fuochi. Da una parte il Pd che si chiede perché non utilizzare risorse pari al 2% del Pil per le spese sanitarie, come proposto dai partner europei, e dall’altra il muro del M5S. Che sul Mes non mollano di un centimetro; mai e poi mai, ma il rischio di un cortocircuito è dietro l’angolo, come sempre quando si parla di 5 stelle. Conte, a quanto sembra, parlerà alle Camere nei prossimi giorni.

Ma, nel frattempo, il governo sta lavorando al decreto Aprile. "Le risorse saranno molto più consistenti", assicura Gualtieri mentre il viceministro al Mef, la grillina Laura Castelli, ha spiegato; nel decreto ci sarà lo sblocco degli investimenti (nel segno del modello Genova per i cantieri) e un capitolo ad hoc per i comuni. L’esecutivo darà prima l’ok alla richiesta alle Camere di nuovo deficit, poi dopo il 20 aprile, varerà il decreto.