Italia verso una transizione sostenibile
Italia verso una transizione sostenibile
Il bonifico da 24,9 miliardi di euro inviato da Bruxelles alla volta di Roma non è solo un primo trasferimento delle risorse previste dal Recovery Plan italiano da circa 191 miliardi. È, nella sostanza, una cambiale (non certo in bianco) che il governo ha sottoscritto coi partner europei, con la nostra comunità nazionale e, principalmente, con le nuove generazioni. Non si tratta, per capirci, di soldi a fondo perduto che possiamo permetterci di utilizzare e sperperare, come tante volte abbiamo fatto nei decenni passati con i fondi europei, impiegati in mille rivoli e, dunque, finiti nel pozzo dell’italico spreco. Sono, in realtà, l’ultima (nel senso che non ce ne sarà un’altra) apertura di credito che i nostri amici e i nostri nemici del Vecchio...

Il bonifico da 24,9 miliardi di euro inviato da Bruxelles alla volta di Roma non è solo un primo trasferimento delle risorse previste dal Recovery Plan italiano da circa 191 miliardi. È, nella sostanza, una cambiale (non certo in bianco) che il governo ha sottoscritto coi partner europei, con la nostra comunità nazionale e, principalmente, con le nuove generazioni.

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Non si tratta, per capirci, di soldi a fondo perduto che possiamo permetterci di utilizzare e sperperare, come tante volte abbiamo fatto nei decenni passati con i fondi europei, impiegati in mille rivoli e, dunque, finiti nel pozzo dell’italico spreco. Sono, in realtà, l’ultima (nel senso che non ce ne sarà un’altra) apertura di credito che i nostri amici e i nostri nemici del Vecchio Continente ci concedono per rimetterci in carreggiata e tornare a crescere (e a pagare i debiti pregressi). L’alternativa, se facciamo male, non sarà rimanere nella palude, ma fallire per sempre.

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Ci sono tre, quattro vincoli che, almeno sulla carta, ci obbligano a essere "virtuosi", a prescindere dai nostri atavici vizi: le risorse sono destinate a opere, progetti, attività, definiti puntualmente nel Piano e, dunque, non possono essere "distratte" per finanziare la sagra del paese X o la festa della cuccagna del paese Y; l’attuazione degli interventi deve avvenire secondo i cronoprogrammi fissati nello stesso Programma; passo dopo passo, per ogni stato di avanzamento, Bruxelles ci chiederà la rendicontazione di quanto realizzato e di quanto rimane da mettere a terra. Ultimo, ma non ultimo, in caso di inadempimento, semplicemente il bonifico successivo non partirà più.

Tutto questo impianto sarà sperimentato subito: entro la fine del 2021, le amministrazioni interessate e l’Italia nel suo insieme dovranno rendicontare le spese stabilite per ciascuno dei 106 progetti che lo stesso Piano individua come motore della fase uno: si tratta di iniziative concrete e per lo più avviate fin dagli anni scorsi, per consentire di contabilizzare anche spese fatte nel 2020. In gioco ci sono, per intenderci, i primi investimenti nella sanità e nella scuola, nei grandi progetti infrastrutturali dell’Alta Velocità ferroviaria e autostradale, come l’AV Salerno-Reggio Calabria, il Terzo valico e la Brescia-Verona-Padova, programmi per fronteggiare il dissesto idrogeologico, sostenere l’efficienza energetica e la transizione green, aprire nuovi asili nido e nuove palestre, finanziare la cybesecurity, rafforzare l’ufficio del processo.

Il vero nodo da sciogliere o, se vogliamo, la sfida strategica da affrontare, non riguarda, però, tanto o solo il raggiungimento dei risultati attesi per onorare il pre-finanziamento, ma la rimozione di tutti quei colli di bottiglia giudiziari, di tutte quelle strettoie burocratiche, di tutte quelle rendite di posizione anti-concorrenziali, di tutto il groviglio di regole fiscali, che hanno negli ultimi tre decenni mortificato la produttività del lavoro, sacrificato la capacità imprenditoriale italiana, ridotto al lumicino l’attrattività degli investimenti esteri, paralizzato la crescita del sistema infrastrutturale del Paese.

Dunque, il valore-chiave del Recovery è quello di costringerci, una volta per tutte, a fare i conti con le nostre carenze strutturali e a metterci alla prova (finale) del riscatto e del colpo d’ala. A rammentarlo, a mo’ di monito, è lo stesso premier, Mario Draghi, che sottolinea il ruolo decisivo, per il successo del Piano, della riforma fiscale, della concorrenza, della Pubblica amministrazione e della giustizia. Ma non siamo convinti che, nonostante i buoni avvisi dell’ex numero uno della Bce, le forze politiche e la classe dirigente pubblica del Paese abbiano davvero compreso che questo è l’ultimo treno per evitare il declino definitivo del Paese.