Da tempo cerco di spiegare che l’Italia è entrata in una fase di stagnazione (crescita zero o assai vicino). Ma tutti sembrano distratti da altre cose più urgenti, da Sanremo alla prescrizione. Venerdì è arrivato l’ultimo report di Oxford Economics e i sospetti iniziali vengono confermati. Il 2020 si chiuderà con una crescita uguale esattamente a zero. E fin qui niente di male: un anno non brillante può capitare. Le cose si complicano quando si cerca di proiettare la performance in avanti.

Nei prossimi cinque anni non conosceremo mai una crescita superiore all’1 per cento. Anzi, navigheremo (se tutto andrà bene) intorno allo 0,7 per cento di crescita annuale. E, di nuovo, pazienza: cinque anni smorti possono capitare. Il problema nasce quando gli esperti di Oxford Economics tentano di guardare ancora più lontano, e cioè fin quasi al 2030. Ebbene, non esiste un solo periodo in cui l’economia italiana presenti una crescita superiore all’1 per cento. Anzi, verso la fine del periodo considerato ci si stabilizza su una crescita dello 0,4-0,6 per cento.

Queste previsioni che cosa ci dicono? Che il sistema Italia è arrivato al capolinea. Ormai siamo collocati nella parte bassa della crescita europea. Il peso delle riforme sempre annunciate e mai fatte e della mancanza di competitività reale si sta facendo sentire. Queste previsioni potranno essere contestate, e lo saranno, ma la verità è quella che ho appena spiegato: in queste condizioni l’Italia riesce solo a galleggiare. Qualche anno fa potevamo ancora essere considerati una locomotiva. Ormai siamo una sorta di trolley trascinato a forza dagli altri. E non esistono rimedi facili, se non diventare davvero un paese moderno, con una politica meno invadente, meno burocrazia e più decisioni rapide. In una parola: con più mercato. Ma il mercato all’Italia ha sempre fatto un po’ di paura. Meglio stare sotto l’ala comprensiva della politica e tirare a campare. Così, però, nel 2028 avremo ancora quasi il 10 per cento di disoccupati. La tranquillità si paga, a caro prezzo.