di Davide Gaeta

Siamo in trepida attesa che anche noi si riceva dal governo, se non proprio il “bazooka”, come è stata definita la manovra finanziaria di 550 miliardi di euro promessa dall’esecutivo tedesco, almeno un concreto segnale per il crollo delle vendite nel settore ricettivo e turistico e, di conseguenza, delle eccellenze agro-alimentari italiane, filiera vino e grappe in primis.

Tra i patrimoni dell’agribusiness, infatti, la grappa, rappresenta un importante parte della nostra storia fatta, così come nel vino, di produttori familiari che tramandano di generazione in generazione la loro attività. La sua riscossa parte dal dopoguerra, con la grappa bianca alpina diffusa nel nord Italia mentre negli anni ’70-’90 si consolida la sua presenza conquistando i consumi da Nord a Sud. Merito delle capacità degli imprenditori di rinnovarsi, anche ricorrendo alla propria immagine come testimonial nella pubblicità. Ma altri fattori hanno consentito lo sviluppo; il ricorso alla tecnologia per ottenere eccellenze qualitative; la proposta di prodotti a base monovitigno, l’utilizzo di botti e barrique, un packacing vincente, espressione della capacità di creare bellezza e stile degli italiani. Grazie a ciò, la produzione italiana ha raggiunto quasi 40 milioni di litri negli anni settanta, per poi ridimensionarsi a circa 23 milioni attuali. La paura dell’alcol test non ha certo aiutato, così come le crisi economiche che hanno colpito specie nel canale della ristorazione, rappresentando la grappa un prodotto di fine pasto. Infatti il consumo oggi è per il 60% in casa e per il 40% fuori casa. La produzione è rivolta e al mercato interno, per circa il 70%, ma si sta internazionalizzando, su mercati in forte competizione, Germania, Svizzera, Austria. Per questo merita oggi un significativo aiuto alla promozione.

davide.gaeta@univr.it