La pandemia di Covid-19 non farà male a tutti nello stesso modo. Sul piano lavorativo, le donne reggeranno l’impatto maggiore dell’emergenza sanitaria, come emerge dallo studio delle Nazioni Unite “The Impact of Covid-19 on Women”. Donne e ragazze sono in prima linea perché generalmente guadagnano meno, risparmiano meno e svolgono lavori che garantiscono meno sicurezza e stabilità. Sono in prima linea nel lavoro di cura non retribuito, i cui carichi hanno subito un brusco e repentino aumento, ad esempio nella gestione dei figli non a scuola, ma anche nella gestione della cura delle persone anziane, con un sistema sanitario poco disponibile su altre questioni diverse dal Covid-19. E sono in prima linea anche con l’applicazione sempre più estesa del telelavoro, che acuisce problemi già esistenti nell’ambito dell’uguaglianza di genere, talvolta in maniera più marcata in certe culture che altre, ma comunque di forte implicazione nella vita delle lavoratrici.

Sul fronte della perdita del posto di lavoro, da diverse indagini emerge che il prezzo maggiore lo pagheranno le donne. I primi numeri sono già drammatici: su 44 milioni di posti di lavoro persi nel mondo a causa dell’emergenza sanitaria, secondo uno studio di Citi 31 milioni erano occupati da donne e 13 milioni da uomini. "La differenza dipende dalla maggiore presenza di donne nei settori più colpiti dalla pandemia, come il turismo, il commercio, l’educazione, la cultura, i servizi sociali e amministrativi", spiega lo studio di Citi. In pratica, quindi, le lavoratrici sacrificheranno più del doppio dei posti di lavoro persi dagli uomini. Con 220 milioni di donne che lavorano nel mondo in settori colpiti di più dalla pandemia, lo studio prevede la perdita di 31 milioni di posti di lavoro, il che si tradurrà in un declino del prodotto globale di 1000 miliardi di dollari, equivalente a un calo dell’1,2 per cento del Pil mondiale, rispetto a una perdita complessiva del 3,2 per cento prevista per il 2020.

Un altro fronte importante è quello del lavoro a distanza, un cantiere già aperto da tempo, che con il dilagare della pandemia ha subito una fortissima accelerazione. Da diversi studi, a partire da quelli dell’Ocse, emerge che la pandemia potrebbe trasformare in permanente la transizione verso il lavoro a distanza per molti impiegati di medio-alto livello, che prima lavoravano da casa solo saltuariamente. L’International Labour Organization stima che il numero di impiegati abitualmente in telelavoro prima della pandemia non superasse il 3% della forza lavoro globale, mentre durante il periodo del lockdown in molti Paesi la quota di lavoratori bloccati a casa è salita anche oltre il 50%. Nel post-pandemia gli esperti sono inclini a valutare la possibilità che il 25-30% degli impiegati rimanga prevalentemente in telelavoro.

Elena Comelli