Nella foto tonda a sinistra Alessandro Russo, numero uno del gruppo Cap
Nella foto tonda a sinistra Alessandro Russo, numero uno del gruppo Cap

Dalla siccità alle bombe d’acqua, gestire il ciclo idrico ai tempi dell’emergenza climatica non è una banalità. Per Alessandro Russo, numero uno del gruppo Cap, che fornisce l’acqua a 2,2 milioni di persone in centinaia di Comuni lombardi della Città Metropolitana di Milano e oltre, "il futuro dei servizi idrici è trasformarsi in servizi idraulici". Assorbire l’acqua usata dalle città, depurarla e rilasciarla alle campagne sarà il compito centrale per gli operatori idrici nell’epoca della crisi del clima. Per Russo, appena premiato da Industria Felix come miglior manager “under 40” della Lombardia, chiudere il cerchio della depurazione e del riciclo è essenziale per il settore agricolo, minacciato dall’esaurimento delle risorse, ma anche per le città, sempre più stressate dal caldo torrido e dai nubifragi.

Il punto saliente, per voi, è ridurre gli sprechi?

"Ridurre gli sprechi è uno degli obiettivi primari del nostro

piano di sostenibilità da qui al 2033. Puntiamo a tagliare i consumi pro-capite dai 200 litri di oggi ai 180 litri a fine piano, per allinearci con i consumi medi del Nord Europa. Sarebbe un enorme passo avanti, sia dal punto di vista ambientale che economico, perché è più facile mantenere le tariffe basse se si contengono i consumi e c’è meno acqua da depurare".

Al tempo stesso andrebbero ridotte le perdite di sistema.

"Nella nostra rete abbiamo già tagliato le perdite al 24%, contro un 48% nazionale, ma dobbiamo ridurle ancora, per centrare il target europeo del 15%. E qui si tratta d’investire nella sostituzione dei tubi, perché le perdite dipendono soprattutto dalla vetustà degli acquedotti, oltre che dagli allacciamenti abusivi. Ormai non dobbiamo più spaccare le strade per sostituire i tubi da sopra, ma ci basiamo su tecniche innovative, come l’iserimento nei tubi vecchi di una sorta di calza di resina interna, che tappa i buchi e li rende impermeabili".

Per chiudere il cerchio dell’acqua, poi, c’è il riciclo...

"Certo. A differenza del petrolio e di altre risorse naturali, l’acqua utilizzata non sparisce, ma si butta via. Il nostro obiettivo è depurarla sempre meglio in modo da poterla recuperare in agricoltura, portando il riciclo dai 750mila metri cubi attuali a 6 milioni di metri cubi entro il 2033. In questo modo potremo anche riutilizzare in agricoltura una parte dei fanghi residui, che contengono preziosi fertilizzanti naturali come azoto e fosforo. Per noi, si tratta di 70mila tonnellate all’anno di residui impregnati di sostanze utili, che ad oggi non sono valorizzate adeguatamente".

Servirà a questo l’impianto di Sesto San Giovanni?

"La riconversione dell’inceneritore di Sesto San Giovanni nel primo termovalorizzatore italiano adatto al trattamento dei fanghi di depurazione colmerà questa lacuna, dimezzando i costi di smaltimento, con un saldo economico e ambientale fortemente positivo. L’export dei fanghi genera costi di smaltimento che superano i 200 euro a tonnellata, solo perché in Italia non esistono impianti adatti alla loro trasformazione. Così smetteremo di pagare per alimentare i termovalorizzatori dei Paesi del Nord Europa, che sono attrezzati per trattarli".

Un altro passo avanti verso l’economia circolare.

"L’impianto di Sesto, integrato con il mondo dei rifiuti per il trattamento dell’umido, sarà realizzato sul modello dell’analogo impianto di Zurigo, dove i fanghi che non sono adatti all’utilizzo diretto in agricoltura vengono essiccati e poi termovalorizzati. Restano ceneri piene di azoto e di fosforo, che a questo punto si possono estrarre per essere a loro volta riciclati in agricoltura, al posto dei fertilizzanti sintetici. In questo modo chiuderemo il ciclo dei fanghi e per la prima volta controlleremo noi tutto il processo, fino alla fine, evitando il passaggio delicato in mano a terzi. È stata una lunga battaglia, per vincere le diffidenze dei quasi 200 Comuni azionisti del gruppo, ma alla fine il progetto da 50 milioni è partito e il termovalorizzatore sarà operativo nel giro di tre anni".

Ma è vero che dove ci sono impianti e servizi più efficienti l’acqua si paga di più?

"No, non è vero. È una convinzione corrente, ma è sbagliata.

Basta consultare l’ultimo Blue Book di Utilitalia, da cui emerge che i livelli medi di spesa mensile più elevati si registrano nel Mezzogiorno e nel Centro, mentre nel Nord si riscontrano valori inferiori alla media nazionale, inversamente alla qualità del servizio, che nel Sud è molto più carente, ha perdite altissime e depurazione spesso mancante. Oltre il 10% dei cittadini italiani è ancora privo di depuratori e la maggior parte di questi casi sono concentrati nel Mezzogiorno. La conseguenza, oltre ai danni per l’ambiente, sono le multe dalla Corte europea di giustizia, che paghiamo tutti".

Quindi conviene investire in impianti innovativi?

"Certo che conviene. Le partecipate dai Comuni che si occupano di gestione integrata dei servizi idrici sono continuamente sotto attacco, da un lato dai privatizzatori e dall’altro dai fautori dell’acqua pubblica. Il punto è far capire agli amministratori locali che anche le aziende pubbliche devono rischiare se vogliono migliorare le prestazioni per i cittadini e per l’ambiente".