Lavoratore con guanti e mascherina (Imagoeconomica)
Lavoratore con guanti e mascherina (Imagoeconomica)

Roma,  17 marzo 2020 - La parola d’ordine, dentro e fuori il governo e la maggioranza e tra le categorie, è non di polemizzare con l’esecutivo nel giorno del varo del maxi-decreto anti-Coronavirus: l’emergenza sollecita un clima non conflittuale. Ma l’una tantum di 600 euro prevista per i milioni di lavoratori autonomi, partite Iva, professionisti, commercianti e artigiani, lavoratori stagionali, rimasti da un giorno all’altro senza un euro di incassi, suscita una vera levata di scudi trasversale. E uno dei primi a dare voce alla rabbia sotterranea per le sperequazioni con la copertura assicurata ai dipendenti è un personaggio simbolico di queste settimane.

«I 600 euro per le partite Iva – attacca il sindaco di Vo’ (Padova), Giuliano Martini – mi sembrano un’elemosina. Non voglio fare polemiche ma il reddito di cittadinanza è molto di più». A maggior ragione che i 780 euro del sussidio sono duraturi nel tempo e, proprio secondo una norma del provvedimento, vedono sospesi tutti i vincoli e gli obblighi connessi in questa fase. 

Non è un caso, dunque, che mentre Matteo Renzi a Matteo Salvini incalzano all’insegna del «le partite Iva non sono lavoratori di serie B», dal Pd facciano sapere che si tratta di un primo intervento e che l’indennizzo potrebbe essere prolungato anche nei mesi successivi. Fatto sta, però, che al momento la somma che ciascun lavoratore autonomo o ciascuna partita Iva riceverà per marzo sarà solo di 600 euro. Si tratta di 3 milioni e 600mila commercianti e artigiani e di altri 3,9 milioni di liberi professionisti, ai quali si aggiungono stagionali e agricoli. 

Per comprendere la sperequazione rispetto al lavoro dipendente, va sottolineato come ai dipendenti pubblici venga assicurata la retribuzione anche laddove dovesse essere impossibile lavorare in alcuna modalità. E come ai dipendenti privati siano comunque garantiti sia il divieto di licenziamento per le imprese sia la cassa integrazione per almeno nove settimane: un trattamento che può arrivare anche al 100% dell’ultimo stipendio con le integrazioni degli enti bilaterali. Per non parlare del premio fiscale per tutti di 100 euro per chi lavora a marzo. 

Il risultato è che per ammortizzatori sociali sono stanziati 10 miliardi, per il lavoro autonomo 3 miliardi. E questo sebbene le chiusure di negozi, bar, ristoranti, studi professionali siano stati decisi dal governo. Si spiega, dunque, la levata di scudi contro la soluzione adottata che è emersa innanzitutto dentro l’esecutivo e la stessa maggioranza. Nella riunione del premier con i capi-delegazione il ministro Teresa Bellanova, di Italia Viva, ha alzato la voce e non poco per far valere le ragioni degli autonomi. Trovando sponda proprio nei 5 Stelle. Tanto che il presidente di Italia viva, Ettore Rosato, avvisa che «lavoreremo per migliorare il decreto». E il grillino Stefano Buffagni, vice ministro dello Sviluppo economico, insiste: «Dobbiamo fare di più per chi non ha vere tutele, ovvero le migliaia di partite Iva e chi in generale svolge lavoro autonomo».

Toni bassi, ma critiche al capitolo del lavoro autonomo da tutta l’opposizione. Mara Carfagna è netta: «Il reddito da quarantena serve almeno per tre mesi». E in serata è arrivato l’intervento del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha precisato: l’indennità da 600 euro per gli autonomi «non è una tantum, è il contributo per marzo» e «sarà mantenuto finché ci sarà chiusura delle attività economiche».