Oggi dovrebbe concludersi il giro di consultazioni del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti per dichiarare quale sarà la percentuale di dazio finale che rischierà di colpire i i vini italiani. L’Italia era già stata colpita in una lista che includeva formaggi, carni di maiale, frutta, liquori. Solo il vino sembrava averla scampata per l’Italia, mentre un dazio del 25 % aveva colpito i vini della Francia, Spagna, Germania e Regno Unito. Ora questa nuova lista ha due grandi incognite: la prima riguarda la possibile estesione ad altri Paesi che, oltre al nostro, erano stati inizialmente esclusi (sono nel mirino Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, e molti altri europei); la seconda incognita riguarda la la percentuale sul valore del dazio; alcuni vini potrebbero essere tassati fino ad un ulteriore 100% sul loro valore.

La guerra commerciale che ha dichiarato Trump all’Europa un primo effetto lo ha già ottenuto: la confusione e la paura che i dazi possano aumentare i prezzi e le posizioni competitivi dei diversi prodotti agro-aliementari sui mercati Usa (a favore per esempio dei prodotti californiani e di altri Stati Usa) ha raffreddato la domanda creando una fortissima incertezza in quello che è il Paese più importante per le nostre esportazioni di settore. Un aumento delle tariffe, potrebbe determinare sia per gli Stati Uniti che per l’Europa perdite di entrate e di esportazioni di miliardi di dollari.

Ma un secondo effetto, questa volta positivo, sembra che la guerra commerciale lanciata da Trump lo abbia determinato, almeno al nostro interno: la reazione, finalmente, delle imprese italiane del settore. La petizione lanciata sui social dal produttore Michele Fino ha ricevuto migliaia di firme che continuano a crescere. L’Italia s’è desta, non poteva essere la notizia migliore.

Davide.gaeta@univr.it