Angelo Costa

CAMBIAGO (Milano)

SONO e resto solo un artigiano. Non ho segreti, ognuno deve dare il meglio con le qualità che ha: io mi sento uno nato per fare biciclette. Festeggiando i suoi 87 anni a Londra, nel cuore della City, davanti a industriali e appassionati di tutta Europa che lo hanno celebrato come un’autentica star, Ernesto Colnago ha fatto ciò che fa da una vita: essere se stesso. E’ la ricetta con cui è diventato il costruttore di bici più famoso al mondo, è la filosofia che, in un mercato governato da multinazionali e fondi d’investimento, gli permette di reggere il passo con la sua azienda formato famiglia. Fedele al suo modo di essere, Colnago viaggia verso il futuro. Gli succede dal giorno in cui iniziò a lavorare tredicenne falsificando i documenti perché fino a 14 anni non potevi fare l’apprendista: a una passione che non si è mai spenta e alla creatività, ha saputo abbinare uno spirito di innovazione che lo ha reso inconfondibile.

PRIMO a battere la strada del carbonio con l’incoraggiamento di Enzo Ferrari, è anche colui che ha lanciato forcelle dritte, telai traforati, freni a disco: non soltanto un grande sognatore, ma un vero pioniere, la cui storia andrebbe raccontata nelle scuole, come sostiene Beppe Saronni, uno dei grandi campioni saliti sulle bici di questo fuoriclasse del Made in Italy. A un uomo così, che ha saputo farsi capire dal mondo parlando solo brianzolo, si può perdonare un piccolo lusso: in una notte speciale, in uno dei luoghi più esclusivi della città della bike-economy, l’Old Royal Naval College, location di celebri film, Colnago si è concesso un passo indietro, presentando un modello ispirato dalla bicicletta costruita per papa Wojtyla 40 anni fa.

UN PEZZO unico, chiamato ‘87’, con il telaio laminato in oro 24 carati, del valore di 50mila euro, già conteso da un paio di collezionisti stranieri: per tecnologia e valore, un vero gioiello. L’ultimo di una lunga serie, non quello definitivo, perché da uno che alla sua bella età passa ancora dieci ore al giorno nell’officina di Cambiago, alle porte di Milano, con l’idea fissa di progettare bici sportive di qualità, la novità l’aspetti sempre.

Colnago, prossima destinazione?

Sto studiando un carbonio migliore, con un occhio a ciò che ci chiede il mercato: nelle prossime settimane lanceremo una gravel (bici per i percorsi in sterrato, ndr) e un modello da corsa elettrico, che rispetti le regole di velocità. Servirà per aiutare chi ha difficoltà fisiche, non certo per le gare.

Qual è la sua forza?

Far parte di una tradizione italiana che gli altri Paesi hanno preso a modello: in Italia c’è una vera e propria scuola, artigiano significa arte, saper creare. Dalla tecnica al peso, ci hanno copiato tutto.

C’è un altro sogno che vorrebbe realizzare?

Sarebbe bello inventare qualcosa di davvero nuovo, ma non è semplice: il mondo va veloce, oggi conta più ciò che racconti di ciò che fai. Forse la vera novità sarebbe ciò che mi ha proposto Wiggins (pluricampione olimpico in pista e vincitore del Tour, ndr): tornare alla semplicità di una volta.

Marchi prestigiosi come Pinarello sono finiti in un fondo internazionale: anche Colnago seguirà questa strada?

Fin quando ci sarò io, la mia azienda camminerà sulle sue gambe. Ho creato una strada illuminata, chi resta potrà guardare avanti.

Colnago, come si sopporta il logorio dell’industria moderna?

Non posso spaccarmi la testa per fermare la concorrenza americana o asiatica, vado per la mia strada: faccio meno telai, ma curo al massimo la qualità. E la sicurezza, perché le mie bici affrontano test cinque volte superiori ai limiti previsti. Chi commercia mette da una parte il cuore e dall’altra il portafoglio, io li tengo presenti entrambi, sapendo che l’unica continuità che premia è la serietà.