Il vero lusso, in queste settimane di emergenza sanitaria, sono le mascherine e i camici protettivi. Abiti e tailleur non sono più all’ordine del giorno e 180 case di moda hanno unito gli sforzi per garantire 2 milioni di pezzi. Tra i primi a riconvertire la produzione è stato il gruppo Miroglio di Alba, che ha deciso di mettere da parte l’alta moda per dedicarsi alle mascherine. Per il momento è prevista una produzione di 600mila pezzi in due settimane, ma a regime sarà possibile produrre 75-100mila mascherine al giorno.

Giorgio Armani sta riconvertendo l’intera produzione di abbigliamento dei suoi stabilimenti per produrre camici monouso e il gruppo Zegna ha dedicato alle mascherine una parte delle linee produttive in Italia e in Svizzera. Prada dal 18 marzo ha avviato, su richiesta della Regione Toscana, la produzione di 80mila camici e 110mila mascherine da destinare al personale sanitario, secondo un piano che prevede consegne giornaliere, da ultimare entro il 6 aprile. Idem Gucci, che rispondendo allo stesso appello ha donato un milione e 100mila mascherine e 55mila camici prodotti dalla sua filiera, così come un’altra maison toscana, Ermanno Scervino, che ha convertito le sue sarte alla produzione di camici, cuffie e protezioni per il viso.

In Umbria, Brunello Cucinelli ha messo a disposizione 3000 mascherine per personale sanitario. In Veneto, i maggiori brand del tessile-moda hanno annunciato l’avvio della produzione di mascherine e camici: il colosso veronese Calzedonia e le vicentine Marzotto e Forall Pal Zileri.

Nella corsa non ci sono solo i big. In tutta Italia, decine di aziende tessili stanno cercando una rapida riconversione impensabile fino a poche settimane fa: stop alle produzioni tradizionali e avanti con le mascherine. Confindustria Moda ha lanciato alle imprese un appello: materiali e linee produttive sono spesso simili, dunque l’operazione è possibile. E anche conveniente, perché significa diversificare il business in un momento in cui il blocco degli ordini è una realtà amarissima. In tanti ci stanno provando, dalla Puglia alla Brianza, dal distretto di Prato a quello lombardo della calza. Tutti alle prese con una domanda incessante e centralini intasati.

C’è di tutto: l’imprenditore che non vuole profitti e regala le mascherine, l’azienda che cerca un legittimo guadagno per reggere, l’operaio che porta a casa la macchina per cucire e lavora alla domenica, semplici cittadini che danno una mano. Il problema di fondo è che, salvo rari casi, queste mascherine non possono essere consegnate agli ospedali perché per le certificazioni servono mesi. "Siamo pronti a una riconversione produttiva, ma resta indispensabile chiarire gli aspetti tecnici e normativi", dice Claudio Marenzi, presidente di Confindustria Moda.

Intanto si procede. Nel distretto tessile di Prato ci provano quasi tutti. A Vaiano, la Dreoni – 30 addetti nella produzione di interni per auto – ha riconvertito parte del proprio stabilimento per la produzione di 2.000 mascherine al giorno ed è tra le poche a garantire gli standard necessari per la Sanità. Per i 10mila abitanti del paese l’azienda è diventata un piccolo orgoglio: sabato in fabbrica a dare una mano ci vanno anche semplici cittadini e sono arrivate le autorità regionali a ringraziare. Le sue mascherine sono state certificate dal laboratorio Pontlab di Pontedera e quindi hanno iniziato a farle arrivare all’ospedale di Prato e al Mayer di Firenze.

Klopman, azienda di Frosinone leader in Europa nella produzione di tessuto per abbigliamento protettivo, è pronta a produrre fino a 700mila mascherine protettive al mese, sterilizzabili e riutilizzabili fino a 50 volte, con vantaggi in termini di protezione, traspirabilità e smaltimento rispetto alle usa e getta. E perfino Lamborghini ha riconvertito alcuni reparti del suo stabilimento produttivo di Sant’Agata Bolognese per la produzione di mascherine chirurgiche e visiere protettive mediche in favore del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna.

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