Non solo tartarughe e capodogli mangiano la plastica. Anche noi umani, in base a uno studio dell’università di Newcastle in Australia, ingeriamo un quarto di chilo di plastica all’anno, l’equivalente di una carta di credito alla settimana. È materiale sfuggito al riciclo e disperso nell’ambiente, fino ad arrivare nei nostri piatti e nei nostri bicchieri. Dagli anni Sessanta ad oggi sono stati prodotti più di 8 miliardi di tonnellate di plastica non biodegradabile, di cui solo il 9% è stato riciclato, il 12% è finito in un termovalorizzatore, mentre tutto il resto, quasi l’80%, lo ritroviamo sparso sul territorio o in mare.

E il boom della plastica è tutt’altro che finito: nell’ultimo decennio sono stati investiti 200 miliardi di dollari per la realizzazione di nuovi impianti, che porteranno in breve a un aumento della produzione annuale di plastica del 40%. Le conseguenze sono pesanti: microplastiche nella catena alimentare, nelle falde acquifere e perfino nell’aria che respiriamo, oltre ai rifiuti che inquinano la natura e avvelenano la fauna marina.

Il nostro Paese non fa eccezione. Con 7,2 milioni di tonnellate di articoli di plastica sfornati nel 2018, l’Italia è il secondo produttore in Europa, dopo la Germania. Di questi, 2,2 milioni di tonnellate sono imballaggi, gli unici articoli presi in carico dalla raccolta differenziata, che ne intercetta circa la metà, ma non tutti sono adatti al riciclo. Nel 2018 il Corepla, il consorzio che tratta gli imballaggi di plastica, ha avviato a riciclo circa 640mila tonnellate di imballaggi di plastica, meno di un decimo di tutti i materiali di plastica prodotti in Italia. Il resto finisce nell’indifferenziata e quindi in un termovalorizzatore oppure in discarica, se non viene dato alle fiamme prima, come accade ormai quasi ogni giorno negli incendi, spesso dolosi, dei depositi che straboccano.

"In Italia – spiega Antonio Ciotti, presidente del Corepla – c’è carenza di impianti, per cui il prezzo del conferimento alle discariche e ai termovalorizzatori è triplicato negli ultimi anni, creando un forte disincentivo per gli operatori a farsi carico di questi costi. Ecco perché i rifiuti vanno a fuoco: è un modo più economico per disfarsene". Da qui la corsa alla riprogettazione dell’intera filiera, per far diventare la plastica riciclata più competitiva e aprire le porte a nuovi materiali bio in alternativa alla plastica fossile. Oltre 400 colossi che contribuiscono all’inquinamento hanno firmato un impegno globale per un’economia circolare della plastica, promosso dalla fondazione Ellen MacArthur e dal programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Tra i firmatari ci sono le aziende responsabili del 20% di tutti gli imballaggi di plastica a livello mondiale, come Danone, Mars, Unilever, Coca Cola, PepsiCo, H&M, L’Oreal, insieme a specialisti nella gestione delle risorse come Veolia e produttori di materie plastiche, come Borealis e il campione italiano delle bioplastiche Novamont. L’obiettivo è disaccoppiare la produzione di plastica dalle fonti fossili, in primis eliminando i consumi inutili e per il resto usando solo la plastica già prodotta fino ad oggi e riciclata oppure materiali biodegradabili.

Una delle strade più promettenti è il riciclo chimico tramite pirolisi, una tecnologia innovativa capace di spacchettare i polimeri nei loro mattoncini di origine, scaldandoli ad altissime temperature in assenza di ossigeno. "Quello che si ottiene – spiega Maurizio Masi, capo del dipartimento di Chimica e Materiali del Politecnico di Milano – è virgin-nafta, una miscela molto simile al petrolio, che poi può essere nuovamente riconvertita in polimeri, riproducendo le caratteristiche della plastica vergine".

In prospettiva, l’aumento esponenziale dei rifiuti di plastica e la preoccupazione per l’inquinamento ambientale lasciano prevedere una rapida crescita di questa tecnologia, che secondo gli analisti di settore potrebbe raggiungere un mercato di 2,3 miliardi di dollari entro il 2026. Con questo sistema il cerchio della plastica si chiude in maniera molto più efficiente rispetto al riciclo meccanico, che ha bisogno di polimeri già molto selezionati e non riesce a produrre materiali validi per qualsiasi uso.