Operaio Whirlpool. Chiuso lo stabilimento di Cà Maiano a Fabriano (Imagoeconomica)
Operaio Whirlpool. Chiuso lo stabilimento di Cà Maiano a Fabriano (Imagoeconomica)

Milano, 30 luglio 2019 - Rieccolo il vento del Nord. Più forte e potente che mai. Qualche mese fa era solo un rumore di fondo. Poi, giorno dopo giorno, il malessere degli imprenditori è salito di tono. Fino a esplodere in un vero e proprio allarme. I numeri del Paese reale sono impietosi. Cinque trimestri consecutivi con il Pil inchiodato sullo zero virgola, la produzione industriale che segna il passo, il settore delle macchine utensili, tradizionale punto di forza del made in Italy, che registra un calo degli ordinativi di oltre il 40%. Senza considerare, poi, l’ultimo rapporto sfornato ieri da Mediobanca, con i big italiani dell’industria che arrancano nelle ultime posizioni delle classifiche europee.

Guadagnano poco (messi insieme coprono appena lo 0,6% degli utili europei) e investono ancora meno (con un calo del 9% negli ultimi cinque anni).

FOCUS / Dal Pil al Fisco all'occupazione: tutti i nodi della crisi

C'è un clima pesante soprattutto nel Nord-Est, nel ‘ventre molle’ dell’azienda Italia, dove si produce più di un terzo del Pil. Dopo la grande crisi del 2008, Lombardia e Veneto avevano rialzato la testa, i ‘danee’, come si chiamano da queste parti, avevano ripreso a girare. Poi, il tonfo.

Nel mirino delle imprese, c’è il governo e le sue scelte di politica economica. A cominciare da Quota 100 e Reddito di cittadinanza. Il manifesto di Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, punta a ‘svegliare’ una classe dirigente sonnambula: «Abbiamo cominciato a chiedere uno sforzo straordinario per mettere in sicurezza alcuni pilastri di fondo della ripresa italiana – ha sentenziato ieri, sulle colonne del Foglio –. Ma non siamo stati ascoltati». E aggiunge: «Un anno perduto per la crescita italiana. Ma non saranno le minacce della politica a impedirci di dar voce a questa Italia, che merita di meglio».

Sfoglia il cahier de doleance anche un altro imprenditore simbolo del Nord-Est, Matteo Zoppas: «Qui si sta minando il futuro della nostra economia, siamo in una situazione critica – confessa –. Mentre noi avremmo bisogno di aver fiducia nelle istituzioni, di certezza del diritto, di norme e manovre che diano sicurezza a chi investe». Più o meno le stesse parole di Marco Bonometti, altro esponente di punta della Confindustria lombarda, che difende a gran voce le richieste di maggiore autonomia che arrivano da Lombardia, Veneto ed Emilia: «Le imprese non possono più aspettare, sono gravate da una burocrazia che le soffoca. Se viene meno la fiducia si bloccano gli investimenti, aumenta la cassa integrazione e si passa ai licenziamenti».

Se non è una rivolta poco ci manca. Una sensazione avvertita nettamente anche alla Cgia di Mestre: «Il malessere è diffuso – spiega Paolo Zabeo, coordinatore del centro studi dell’associazione –. Ci si aspettava la riduzione delle tasse, che è stato uno dei cavalli di battaglia dell’ultima tornata elettorale. E, invece, non si è mosso nulla. Anzi, sono addirittura tornate in bilico opere infrastrutturali importanti, come la Gronda di Genova o la Pedemontana. Per non parlare, poi, dei ‘balletti’ che hanno scandito la vicenda della Tav Torino-Lione».

Ma sul piede di guerra ci sono anche i due governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, che non hanno ancora digerito lo stop al progetto dell’autonomia differenziata fatto scattare da un governo che proprio ieri ha annunciato un «piano per il Sud», con una banca degli investimenti per agevolare il credito alle piccole e medie imprese e marcando una trazione ‘meridionalista’ che da queste parti non è affatto gradita.

«Qualcuno – ha spiegato nei giorni scorsi il presidente della Lombardia Fontana a proposito dell’autonomia – vuole apparire paladino del Sud e salvare un po’ di voti, ma così fa un danno al Paese e al Sud stesso».