MILANO

CON L’ARRIVO dell’autunno, si apre la stagione di funghi e tartufi, doni preziosi dei nostri boschi e insieme delikatessen apprezzate dai gourmet di ogni latitudine. Prodotti reperibili ‘in natura’ ma anche coltivati, soprattutto i funghi, in grado di alimentare un mercato sempre più importante ed esigente. A presidiare il settore dal 1961 l’Associazione Italiana Fungicoltori (sede a Verona) che associa la maggior parte dei produttori privati. La produzione di funghi coltivati in Italia oscilla attorno alle 62.000 tonnellate, di cui 54.000 vengono assorbite dal mercato del fresco, e 8.000 dall’industria. Il consumo medio pro capite (dati AIF) della popolazione italiana è attorno al chilo e mezzo annuo.

«TUTTE le aziende associate – dice il presidente Carlo Pezzali – sono certificate ed in grado di fornire standard di qualità di prodotto molto alte». Secondo studi riferiti dal sito Freshplaza.it il mercato mondiale dei funghi coltivati è destinato a crescere dai 35 miliardi di dollari del 2015 ai 60 miliardi del 2021. L’aumento è previsto soprattutto nei Paesi asiatici. Il consumo di funghi in Cina, Giappone e India è, infatti, sempre più importante. L’Europa rappresenta il principale mercato per i funghi coltivati, con oltre il 35% a livello mondiale.

INOLTRE, la richiesta è in aumento anche in Nord America. Più della metà dei funghi coltivati in Italia proviene dal Veneto: le coltivazioni si trovano nel Trevigiano, nel Bellunese, nel Vicentino e nel Padovano, province in cui la coltivazione di funghi cominciò negli anni Cinquanta. Il primo a essere coltivato fu il prataiolo, il re dei funghi coltivati, comunemente chiamato champignon. In Veneto si coltivano anche i Pleurotus, chiamati con il nome di sbrise, orecchioni, geloni. Molto amati sono anche i pioppini o piopparelli. A parte quelli coltivati, il fungo italiano ha un marchio di eccellenza: il Fungo di Borgotaro IGP, primo prodotto ortofrutticolo non coltivabile certificato a livello europeo.

QUESTO fungo si raccoglie in un’area di oltre 60mila ettari che interessa 8 Comuni, 6 in provincia di Parma e 2 in provincia di Massa Carrara. Il bacino produttivo sono le valli del Taro e del Ceno (in Emilia-Romagna) e del Magra (in Toscana). Venendo ai tartufi uno studio dell’Università di Perugia stima una produzione (2007-2008) pari a oltre 81 tonnellate di prodotto fresco, rappresentate per oltre 45 da tartufi neri e per meno di 15 da tartufi bianchi. Le regioni del Centro Italia sono i principali bacini produttivi e il Belpaese è esportatore netto di prodotto fresco con un saldo positivo nel 2008 di 15,2 milioni di euro, che sale a 21,5 milioni se si considerano anche i tartufi preparati o conservati.

«IL CONSUMO del tartufo è totalmente cambiato negli ultimi anni. Da prodotto d’èlite è divenuto un prodotto più popolare, più conosciuto, apprezzato e accessibile», spiega Cristiano Savini di Savini Tartufi, impresa toscana leader di mercato. «In Italia ci sono 7 tipologie di tartufo, non esiste solo il bianco e tutte le altre sei solitamente hanno costi accessibili. Posso tranquillamente affermare che negli ultimi tre anni il consumo è cresciuto dal 30 al 50%. Il grande problema del tartufo però è il sommerso. Purtroppo ancora con la legge del 2018, non si è tolto il problema alla radice. Forse tra 2-3 anni avremo le idee più chiare».