Un corriere al lavoro con la mascherina
Un corriere al lavoro con la mascherina

I rider che portano a casa le pizze e i furgoni dei pacchi di Amazon saranno la cifra di questa pandemia. Con i negozi e i ristoranti chiusi, l’unica risorsa sono le consegne a domicilio dell’e-food e dell’e-commerce, ma di tutta la poderosa macchina logistica che ci sta dietro si è parlato poco.

Certamente molto poco da un punto di vista umano, non citando abbastanza coloro che, pur nell’emergenza, sono dovuti restare a lavorare nei magazzini o a bordo di un camion per consegnare le merci, a rischio di contagio. "Non si tratta di eroi, come i medici o gli infermieri, ma di persone comunque meritevoli di un ringraziamento corale da parte di tutti noi concittadini", rileva Tito Zavanella, direttore della società di consulenza milanese Gea ed esperto di logistica. Un settore che dall’epidemia di Covid-19 verrà certamente rivoluzionato, data la permanenza dei rischi di contagio sul lungo periodo e la necessità di prepararsi a nuovi eventi del genere.

Un primo problema da affrontare, secondo Zavanella, riguarda la mancanza di un impianto normativo adeguato a far fronte al distanziamento sociale, al lockdown di intere aree o alla chiusura delle frontiere tra Paesi della Ue, che ha fortemente compromesso gli scambi delle merci e l’esecuzione del servizio logistico anche per i prodotti di prima necessità. Si dovrà poi pensare anche a nuove prassi digitali, operative e ad attrezzature da utilizzarsi a bordo camion per evitare le interazioni e rendere più sicure le operazioni di carico e scarico.

Servono urgentement anche nuovi modelli operativi per le grandi città, dando seguito alle sperimentazioni già avviate in Nord Europa e anche in Italia, a Padova. Il concetto è chiaro: se si identifica un solo soggetto a cui affidare tutte le consegne in città, si riduce il numero di mezzi in circolazione e diventa più facile mettere a punto modelli evoluti di consegna (utilizzando ad esempio mezzi pubblici adibiti per le merci), riducendo l’impatto per la collettività (meno traffico, meno incidenti, più qualità dell’aria che respiriamo).

Un problema centrale sono le filiere di rifornimento, che negli ultimi 10-15 anni si sono fortemente allungate verso il Far East, guidate dalla delocalizzazione. La ricerca del minore costo ha favorito queste scelte e solo recentemente, in settori non certo di prima necessità come il fashion, si è assistito ad un graduale dietro front, con il re-shoring. Se avessimo avuto in questa emergenza fonti di approvvigionamento più vicine, tutto sarebbe andato certamente meglio, soprattutto per quelle industrie che hanno continuato a produrre in questo periodo di lockdown del Paese. "Per il futuro credo si debba aggiungere a una valutazione di economicità anche una valutazione sui possibili rischi collegati a un’interruzione delle forniture, rilocalizzando opportunamente le fonti di approvvigionamento più critiche per la nostra vista quotidiana", rileva Zavanella.

Nell’emergenza, inoltre, la certezza che una consegna avvenga davvero si è rivelata molto più importante della sua rapidità. “E’ importante che in futuro si guardi con maggiore rigore al servizio che realmente serve al cliente e non a quello che contribuisce solo a sprecare più risorse del necessario, economiche, sociali ed ambientali”, si augura Zavanella. Un tema correlato è quello della complessità derivante dalla numerosità di prodotti gestiti, con cui ogni azienda si è ormai abituata a convivere. Un fattore questo che, combinato con la propensione al servizio di consegna rapido, limita fortemente le opzioni agibili a livello logistico e l’economicità delle operazioni, obbligando ad avamposti di prodotto ridondanti e a modelli di gestione dei flussi spesso poco razionali e inefficienti.