Licia Mattioli (Imagoeconomica)
Licia Mattioli (Imagoeconomica)

Torino, 31 marzo 2020 - Mario Draghi ha scritto che la priorità è evitare che la gente perda il lavoro. Come si fa?

"Bisogna fare riaprire le aziende, ovviamente con tutte le tutele particolari sulla sicurezza sanitaria". Per Licia Mattioli, vice presidente di Confindustria e candidata alla successione di Boccia, non resta più tempo per affrontare l’emergenza lavoro. 

Si sente l’assenza di un piano per ripartire?

"Non avere una visione su dove stiamo andando è pericoloso, c’è troppa incertezza".
E quindi che si fa?
"Il Coronavirus non va sottovalutato, ma dobbiamo pensare a una ripartenza scaglionata iniziando dai settori prioritari, e poi a seguire tutti gli altri, applicando con rigore e controlli severi le misure sanitarie". 

Come si riportano i lavoratori in azienda? 

"Sanzioni pesanti per chi viola le norme igieniche, ma anche tamponi a tappeto per capire chi non è contagiato o è guarito e può tornare al lavoro".

Reggiamo altri 15 giorni con questi livelli di chiusura?

"Prima si riapre, meglio è. Ogni giorno perdiamo un pezzo del sistema economico. Siamo entrati in questa crisi già avendo grandi difficoltà. Dobbiamo pensare in primo luogo alla salute delle nostre persone, ma facciamo ripartire le fabbriche".

Ci sono modelli da seguire? 

"La Corea, ma anche altri Paesi. Cominciamo a diversificare le garanzie di sicurezza in base all’età e alle patologie. Il problema sanitario è gravissimo, ma la cura non può essere ancora più grave. Abbiamo chiuso settori industriali che in altri Paesi sono rimasti aperti»
Ad esempio?

"Le acciaierie. In Germania e Francia sono aperte. In Italia ora manca l’acciaio anche per fare i letti degli ospedali. Le conseguenze sull’export sono pesanti: dove non consegniamo noi, arrivano fornitori di altri Paesi".

I sindacati sono con voi?

"I sindacati devono essere a bordo, con la consapevolezza che gli industriali vogliono tutelare i posti di lavoro, non il capitalismo. Mi auguro che stiano con noi per riaprire rispettando le regole. Le fabbriche serie prevedono distanze di sicurezza, lavaggio delle mani, mascherine, sterilizzazione, turni e – ove possibile – smart working. Poi occorre che la sanità pubblica garantisca i tamponi per permettere alle aziende di ripartire salvando i posti".

Una riapertura scaglionata su base regionale è possibile?

"Non tutte le regioni sembrano uguali sul piano dell’epidemia. La Cina ha chiuso solo Wuhan e la sua regione, non tutto il Paese. Mi chiedo se non sia possibile un piano che permetta la riapertura delle attività nelle aree meno colpite, ovviamente con tutti i sistemi di sicurezza".

Con quali danni ne usciremo?

"È bloccato tra il 60 e il 70% delle aziende, perdiamo circa 100 miliardi di euro al mese. Se prima la crescita era allo zero per cento come sarà ora che gran parte delle aziende andranno a fatturato zero se non in rosso?".

Che ne pensa delle ipotesi di dare un reddito garantito?

"Giusti i buoni spesa per garantire da mangiare a chi oggi non ce la fa. Non saremmo un Paese civile se ce ne dimenticassimo. Ma non possiamo diventare uno Stato che pensa solo all’assistenza. Con la cassa integrazione i lavoratori non vivono. La cig va applicata in maniera automatica e veloce, ed erogata subito dall’Inps. Dobbiamo uscire presto da questa situazione: diamo la canna da pesca e non il pesce, creiamo posti di lavoro".

La liquidità è un’emergenza per le aziende?

"Sì. Coronabond o no, si trovi una soluzione. Le banche diano anticipi garantiti, non si guardi il merito di credito quando gli incassi sono fermi. Serve liquidità che non faccia debito: prestiti a medio lungo termine, moratorie sui prestiti, garanzie statali. Cdp potrebbe anticipare i pagamenti della Pa pro soluto poi ripagati dallo Stato".

Quanto tempo abbiamo?

"Siamo già in ritardo. Bisognava partire con queste misure ieri. Anzi, l’altro ieri". 

 

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