Lavoratrici con i dispositivi di sicurezza
Lavoratrici con i dispositivi di sicurezza

Milano, 8 aprile 2020 - Pasqua è la linea Maginot. Oltre, fermi non si può restare, bisogna ripartire. È l’ultima chiamata delle imprese delle zone più produttive del Paese, che lanciano un appello al governo, affinché, pur con tutte le precauzioni del caso, dia il via libera al riavvio delle attività industriali, grandi e piccole. In caso contrario, il rischio è quello del fallimento. 

In Lombardia, la regione che ha pagato il prezzo di vite umane più alto per il Coronavirus, è boom di domande per rialzare le serrande, sono decine di migliaia. Solo a Brescia sono circa 4.300 le richieste inoltrate alla prefettura per produrre in deroga. Il numero uno degli industriali bresciani, Giuseppe Pasini, che guida il gruppo siderurgico Feralpi, è l’esempio di un paradosso: i suoi 800 dipendenti in Italia sono fermi per l’emergenza Coronavirus, mentre i 700 addetti che lavorano nella sua acciaieria di Dresda, in Germania, non si sono mai fermati, con le sicurezza del caso. 

Per una provincia a così alta vocazione per l’export come Brescia, prolungare lo stop significa «uscire dalle supply chain internazionali», un disastro, fanno sapere dall’associazione industriali. Il pressing per aprire la Fase 2 è fortissimo anche in Emilia-Romagna, tra le locomotive d’Italia in termini di Pil. In subbuglio la packaging valley (650 aziende lungo la via Emilia) e tutto il comparto delle aziende produttrici di beni strumentali per l’industria. Dal settore ceramico di Sassuolo (Modena) a quello della lavorazione del legno nel Riminese e dei componenti automotive nel Piacentino. 

Il presidente di Federmacchine, Giuseppe Lesce, si sfoga: "C’è chi dipinge gli imprenditori italiani come degli ’assassini’ che antepongono il profitto alla sicurezza sul lavoro, ma non è vero. Questa chiusura mette a repentaglio una percentuale enorme di aziende e rischia di innescare una bomba sociale senza precedenti".

Anche i costruttori dell’Ance EmiliaCentro – circa 300 aziende tra Bologna, Ferrara e Modena – chiedono il via libera ai cantieri: "Tanti che hanno il codice Ateco per poter restare aperti hanno fermato la produzione perché non possono rifornirsi di calcestruzzo e bitumi", spiega il presidente Giancarlo Raggi. 
Chi, invece, non ha mai chiuso è la Pelliconi, che produce tappi a corona per bottiglie in due stabilimenti, nel Bolognese e in Abruzzo. "Anche noi abbiamo subito il contraccolpo, ma siamo riusciti a non fermare mai l’attività – racconta il direttore generale, Pierluigi Garuti –. Nei reparti produttivi abbiamo subito messo in atto tutte le misure di sicurezza, mascherine, distanza fra gli addetti, sanificazione una volta alla settimana. Ma siamo andati oltre: distanziamento in mensa, chiusura degli spogliatoi. E per gli impiegati, smart working praticamente immediato, il che devo dire ci sta dando indicazioni per il futuro. Le potenzialità del lavoro agile sono davvero interessanti". 
Dall’Emilia alle Marche, dove 2.800 richieste di riapertura giacciono sui tavoli delle prefetture. Danni enormi per il tessile, abbigliamento e calzaturiero, chiuso e blindato, così come l’arredamento e la nautica. In Veneto su 3.700 controlli nelle aziende (che danno lavoro a circa 200mila addetti) non è stata elevata alcuna multa.

"Sì, le verifiche della Spisal non hanno portato ad alcuna contravvenzione – conferma Alberto Baban, presidente di VeNetWork spa –. Nessun imprenditore ha la malsana idea di mettere davanti il profitto alla salute. Ci vuole dialogo, lo dico anche ai sindacati. Se no, non se ne esce". L’economia è una catena globale: "La Bmw ha fermato la produzione fino al 30 aprile perché i concessionari sono chiusi – osserva Baban –. Questo mette a rischio una filiera enorme, l’export dell’automotive da Italia a Germania vale 70 miliardi. Facciamo almeno ripartire le aziende che hanno mercato, se no saremo sostituiti da altri Paesi, Cina in primis, come fornitura". 
Poi c’è la Toscana, che perde già 1,2 miliardi al mese a causa del blocco produttivo.

"O si comincia ad aprire almeno dal 14 aprile o sarà la fine", tuonano gli industriali. I lavoratori a casa sono circa 650mila (il 41%). «Intere filiere di pmi rischiano l’estinzione, come quella del sistema moda» nell’area fiorentina, che raccoglie grandi griffe mondiali e si avvale della tradizione degli artigiani locali, ora in agonia. "Queste piccole imprese sono a rischio di scomparsa – accusa David Rulli, presidente della sezione moda di Confindustria Firenze –, sono loro le prime a chiederci di riaprire. Molte hanno già ordini per i prossimi due, tre mesi. Commesse che rischiano di essere annullate, andando così a sommarsi a una perdita di fatturato che è già del 40%".

 

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