epa08182156 Employees of luxury shopping chains in Via dei Condotti wear masks against the Coronavirus emergency in Rome, 31 January 2020. The number of coronavirus cases worldwide has surpassed that of the Sars epidemic, which spread to more than two dozen countries in 2003.  EPA/CLAUDIO PERI
epa08182156 Employees of luxury shopping chains in Via dei Condotti wear masks against the Coronavirus emergency in Rome, 31 January 2020. The number of coronavirus cases worldwide has surpassed that of the Sars epidemic, which spread to more than two dozen countries in 2003. EPA/CLAUDIO PERI

Milano, 1 febbraio 2020 - Il coronavirus cinese contagia l’economia mondiale e affossa i mercati. Nella settimana nera dell’epidemia, le Borse europee hanno perso complessivamente il 4,4% a Francoforte, il 4% a Londra e il 3,6% a Parigi, mentre ieri la peggiore è stata Piazza Affari, a -2,2%. Lo stop ai voli Italia-Cina, anche ai cargo, ha portato ieri alla paralisi dei rapporti fra i due Paesi, proprio nei giorni del Capodanno cinese, in cui si concentrano i viaggi all’estero per visitare altri Paesi.
L’Italia è meta privilegiata del turismo del Dragone, più di Francia, Germania e Spagna, con ben 6 milioni di presenze l’anno scorso e un miliardo e mezzo di euro di valore economico stimato. Il danno si annuncia salato nell’anno del turismo e della cultura Italia-Cina, con una serie di eventi speciali già annunciati, che ovviamente dovranno essere annullati. Non è nemmeno chiaro come riusciranno a rientrare le migliaia di turisti cinesi presenti in Italia: da ieri alle 15 è possibile solo transitando attraverso altri Paesi, ma l’Enac annuncia che è allo studio "la possibilità di organizzare voli charter per riportare in Cina i cinesi presenti".

Città fantasma, negozi chiusi e viaggi annullati rischiano di avere un potente impatto anche sui conti del lusso, un mercato che i cinesi dominano con oltre un terzo della spesa annua, poco sotto i 100 miliardi di euro a livello globale. Nel 2019 il mercato domestico cinese è aumentato del 30% rispetto al 2018, toccando i 30 miliardi di euro. Non a caso, le azioni del colosso del lusso Lvmh, guidato da Bernard Arnault, che possiede alcuni dei marchi più apprezzati dai nuovi ricchi cinesi, hanno perso oltre il 5%, così come i titoli di altri grandi firme, tra cui Ferragamo e Prada.

Pesanti ripercussioni ci sono state anche sulle compagnie aeree internazionali. British Airways ha bloccato tutti i voli verso la Cina e le azioni di EasyJet hanno perso il 4,6%, come quelle di Air France, mentre Lufthansa è arrivata a perdere fino al 5,2%. Disney, invece, ha chiuso il suo Resort a Shanghai, che accoglie ogni anno circa 12 milioni di visitatori, in attesa di nuove disposizioni da parte delle autorità.
Anche tutti gli altri consumi si stanno riducendo a zero, con le maggiori catene chiuse per evitare il contagio. Da Ikea a Apple, da McDonald’s a Starbucks, tutti i marchi internazionali hanno tirato giù le saracinesche. Secondo Shaun Roache, capo economista di Standard & Poor’s per la regione Asia-Pacifico, il crollo dei consumi da parte dei cinesi è stimato attorno al 10%, soprattutto nei settori relativi al turismo e agli acquisti, il che si tradurrebbe in una contrazione del Pil cinese dell’1,2% nel primo trimestre dell’anno.

La Cina e i suoi consumatori non sono in realtà nuovi a questa situazione: nel maggio 2003, allo scoppio dell’epidemia di Sars, la crescita delle vendite retail rallentò dal +9% del primo trimestre al +4%. Secondo un report di Barclays, questa epidemia di coronavirus potrebbe avere un impatto inferiore, poiché oggi le vendite online sono molto più diffuse rispetto al 2003. La penetrazione dell’e-commerce nell’abbigliamento in Cina è pari al 35%, ma questo boom dell’online è un’arma a doppio taglio, perché anche i trasporti e la logistica dovranno rallentare le loro attività e difficilmente l’e-commerce potrà sopperire alle mancate vendite nei negozi.

E il bollettino di guerra non finisce qui: c’è il capitolo legato al mercato dell’automobile. La paralisi delle fabbriche andrà a rallentare la produzione a livello mondiale. Toyota ha interrotto la produzione fino al 9 febbraio. Psa ha dichiarato di procedere al rimpatrio del personale europeo presente in fabbrica e la sede di Whuan è stata evacuata. Proprio Whuan, il cuore del contagio, è la capitale cinese dell’auto e lì ha sede, tra le altre anche Dongfeng Motor che produce vetture per marchi come Renault, Honda, General Motors, e il Gruppo Psa.