Vincenzo Colla, candidato alla segreteria generale della Cgil (LaPresse)
Vincenzo Colla, candidato alla segreteria generale della Cgil (LaPresse)

Roma, 13 gennaio 2019 - Il populismo fa male al popolo, ai lavoratori, a coloro che hanno meno?

«Sì il populismo fa molto male alla democrazia – esordisce Vincenzo Colla, candidato alla guida della Cgil nel congresso di fine mese –. La ‘carica’ di promesse irrealizzabili per il Paese, per la gente che lavora, i pensionati, i più deboli. Si utilizzano slogan scelti con cura mediatica e con istinto politico su questioni reali, alle quali vengono fornite risposte insensate e sbagliate rispetto alla necessaria soluzione dei problemi».

- Con quali conseguenze?

«Che questo modello di populismo guarda alle campagne elettorali e non al futuro del Paese, rimuove l’educazione alla complessità in un mondo globale. E propone un semplicismo demagogico. Ma a breve verrà presentato il conto sia economico sia sociale di questo fenomeno che uccide il pensiero critico, la solidarietà, la coesione del Paese con una politica che riesce soltanto a mettere gli uni contro gli altri».

- Come trasformarlo in una spinta innovativa?

«Questo Paese da tempo non ha più una visione identitaria condivisa, manca innanzitutto una politica di reindustrializzazione, di nuovo welfare. Serve, invece, una prospettiva in grado di transitare da un modello di sviluppo massivo e insostenibile ambientalmente – che ha concentrato rendita e potere economico su pochi – a un modello in grado di fare una nuova mediazione fra capitale e lavoro, un nuovo progetto di protezione sociale con un’idea radicale di redistribuzione della ricchezza da spostare in prevalenza sul più grande investimento di cui l’Italia ha bisogno: l’istruzione, la competenza e la ricerca. Dobbiamo inaugurare un new deal della filiera della conoscenza».

- Quanto ha inciso nella vicenda italiana la crisi dei corpi sociali?

«La politica della disintermediazione è stato uno dei più grandi errori tuttora in atto. Anche questa, a pensarci bene, costituisce una forma di populismo che porta in un’unica direzione: il rapporto diretto fra leader e popolo. Quasi che la mediazione, la composizione dei conflitti e la rappresentanza degli interessi fosse un’operazione di alto tradimento invece che una necessaria pratica per rafforzare la democrazia».

- Passando al piano più immediato, quali sono i pericoli della politica economica del governo?

«La somma fra uscite di spesa corrente, blocco degli investimenti materiali e immateriali, e le due icone identitarie di quota 100 e reddito di cittadinanza. Il tutto sostenuto finanziariamente da un condono diffuso e dalla vendita già prevista dei ‘gioielli di famiglia’. Senza dire dell’utilizzo a mo’ di bancomat del blocco delle rivalutazioni delle pensioni».

- Perché il reddito di cittadinanza è distorsivo per i destinatari?

«Perché ciò che serve è il lavoro di cittadinanza. Mentre questa misura non combatte la povertà, non creerà lavoro aggiuntivo. Rischia di dare soltanto una risposta assistenziale a tempo determinato a quella bolla di esclusione sociale che in questo modello di sviluppo va ulteriormente allargandosi. Per creare lavoro e non illusione, servono investimenti, pubblici e privati, a partire dal Sud».

- Qual è il rischio, invece, della flat tax per le partite Iva?

«Questo è un punto inaccettabile. Perché questo è il vero condono. La flat tax costa 5 miliardi ai contribuenti e determina una disparità anticostituzionale: a parità di reddito si verifica che a un professionista o impresa a partita Iva viene applicata un’unica aliquota al 15 per cento. Mentre l’aliquota fiscale più bassa per un lavoratore o un pensionato varia dal 23 fino ad arrivare al 41 per cento».

- Il 2019 può essere l’anno di una nuova recessione?

«È evidente che gli ultimi indicatori sono eloquenti: portano a dire che nel 2019 si possa avere una crescita inferiore all’uno per cento di Pil. Se ciò si verificherà non avremo un solo posto di lavoro in più, ma si sostituirà solo il lavoro già esistente col rischio di un un graduale scivolamento di lavoro tutelato nella grande bolla del lavoro povero».