Bruno Villois Dove va l’automotive? La crisi post pandemica pesa e si aggrava con la carenza dei chip, con l’effetto che la consegna del nuovo alla clientela ritarda anche di 5 mesi. L’andamento delle vendite in Europa è in forte in calo, -24% sia sul 2019 che sul 2020, con l’Italia a fare ancor peggio. Ad appesantire il quadro l’accelerazione delle politiche ambientali per...

Bruno

Villois

Dove va l’automotive? La crisi post pandemica pesa e si aggrava con la carenza dei chip, con l’effetto che la consegna del nuovo alla clientela ritarda anche di 5 mesi. L’andamento delle vendite in Europa è in forte in calo, -24% sia sul 2019 che sul 2020, con l’Italia a fare ancor peggio. Ad appesantire il quadro l’accelerazione delle politiche ambientali per l’elettrico e la carenza delle infrastrutture di ricarica (Italia tredicesima in Europa, con 5 punti per 100 chilometri, contro i quasi 7 della media europea). Il tutto è aggravato dalla durata della carica delle batterie che, a velocità controllata, fatica a raggiungere i 300 chilometri, e da un prezzo che, pur diminuito da incentivi e bassi costi di gestione, supera del 30% quello dell’auto a combustione.

L’automotive, insieme alle costruzioni, è ai vertici dell’occupazione ed è il primo contribuente tributario e previdenziale. A questo si deve aggiungere l’importanza che riveste il comparto per commercio e artigianato: concessionari e commissionari, autofficine e carrozzerie, distributori di carburanti, incidono di oltre il 15% sul sistema commerciale. Mentre la Germania, primo produttore europeo, ha già definito un piano strategico consistente, con oltre 5 miliardi stanziati da qui al 2025 per sostenere la domanda di auto elettriche e ibride, per la sostituzione di veicoli industriali e lo sviluppo delle infrastrutture di ricarica, noi latitiamo, scordandoci che il nostro Paese è al primo posto in Eurolandia per la componentistica dell’automotive e che la crisi dell’occupazione dell’intero comparto potrebbe esplodere a breve. Sindacati e associazioni datoriali delle categorie interessate devono spingere al loro interno per definire norme occupazionali accomodanti e investimenti rilevanti per la trasformazione, premendo sul governo perché attivi una politica di sostegno ben più corposa e duratura dell’attuale.